(Il titolo è simile a un titolo usato qualche anno fa dall'Economist)
Condivisione di buoni prodotti della Rete.
Le nuove tribù promuovono nuove infrastrutture di accesso alla Rete. L'innovazione la promuovono i Cittadini; siamo noi quelli che stiamo aspettando.
Posted by Paolo Brini as Attivismo
La Guerre de l’Accès è uno stupendo articolo pubblicato da Jérémie Zimmermann, portavoce dell’organizzazione non governativa francese La Quadrature du Net, che vi riportiamo integralmente tradotto in italiano.
“L’articolo 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1789 stabilisce: “La libera comunicazione di idee ed opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino deve pertanto parlare, scrivere e pubblicare liberamente, eccetto quando tale libertà sia mal utilizzata nei casi previsti dalla Legge”. Allo stato attuale dei mezzi di comunicazione e dato lo sviluppo generalizzato dei servizi pubblici di comunicazione online e l’importanza di questi ultimi per la partecipazione democratica e l’espressione di idee ed opinioni, questo diritto implica libertà di accesso a tali servizi.”
Questa decisione della più alta corte della Francia (sentenza contro la legge dei “three strikes” HADOPI) è storica per molti aspetti. Dichiarando esplicitamente che la libertà di parola implica la libertà di accedere ad Internet, il Consiglio Costituzionale ha riconosciuto l’importanza cruciale dell’accesso alla Rete per la nostra società.
Oggi, la gente in tutto il mondo utilizza Internet per apprendere, lavorare, comunicare, rilassarsi, fare business, accedere alla cultura, migliorare la propria esistenza. Internet e le tecnologie digitali migliorano il modo con il quale condividiamo e accediamo alla conoscenza ad un livello anche più ampio di quello [consentito] dall’invenzione della stampa intorno al 1440. Come per la stampa, un accesso aumentato alla conoscenza promette un migliore esercizio delle nostre libertà fondamentali, che a loro volta migliorano la società.
Le vacue industrie dell’intrattenimento, spaventate, sono riluttanti ad adattarsi a questa nuove era che erode profondamente i loro attuali modelli di business. Esse stanno tentando di usare la legge per imporre restrizioni all’accesso e alla condivisione delle opere culturali non autorizzato dai loro servizi o dal loro permesso. Questa guerra sull’accesso e la condivisione è stata lanciata a livello nazionale, europeo ed ora mondiale, con l’attuale ACTA in fase di negoziato.
Oltre alle industrie dei contenuti, gli operatori di telecomunicazioni sono invogliati a limitare l’accesso a Internet al fine di favorire i propri contenuti e servizi. Tali pratiche li trasformerebbero in rent-seeker i cui modelli di business si basano sul controllo discriminatorio del traffico Internet, invece che sugli investimenti nelle infrastrutture comuni su cui Internet si basa. Questo danneggerebbe irrimediabilmente la Neutralità della Rete, un principio fondante di Internet che fornisce a tutti la stessa potenzialità di partecipare e contribuire alla sfera pubblica comune.
Gli attori i cui modelli di business si basano sul controllo dei canali di distribuzione vedono nel controllo dell’accesso un sistema per sostenere le proprie posizioni dominante. Nel momento in cui Internet abbatte le barriere alla conoscenza, logicamente abbatte il controllo indebito sull’informazione, la cultura e la conoscenza. Come la stampa sfidò la posizione dominante nella società mantenuta dai monaci amanuensi, il potere di interi settori dovrebbe di norma diminuire ora che Internet penetra in tutti gli strati della società.
In un mercato sano in cui la libera concorrenza possa garantire l’espressione delle preferenze di tutti, tali attori economici si adatterebbero o perirebbero. Ma queste corporazioni contano su un forte sostegno dai politici che, al fine di mantenere il proprio potere, condividono l’obiettivo di controllare i media e lo spazio pubblico. Questi poteri economici e politici, combinati, saranno forti abbastanza da alterare radicalmente la struttura di Internet?
Da una rete libera ed aperta, dove -almeno nei paesi democratici- ogni persona connessa ha accesso agli stessi contenuti, servizi e applicazioni senza filtri o manomissione, Internet potrebbe irrimediabilmente essere trasformata in una interconnessione di reti centralizzate, discriminate e filtrate. Un tale scenario “TV Via Cavo 2.0″ simile a “CinaNet” non è Internet.
Tuttavia Internet è stata costruita senza questi attori economici. E’ stata realizzata dai suoi utenti e dai suoi componenti, tutti peer uguali all’interno di una rete aperta e neutrale. Si è evoluta con nuovi utilizzi ed innovazioni. Noi -cittadini, utenti- possiamo rivendicare che i principi fondanti di Internet siano il nostro bene comune. Noi abbiamo il diritto di usare queste tecnologie per promuovere tutti i mezzi di espressione ed azione al fine di mantere la Rete come la conosciamo e la amiamo: un motore per l’innovazione, la crescita economica, la democrazia e il progresso umano.
Questa potrebbe essere una delle più importanti battaglie che noi, cittadini del mondo, stiamo ora affrontando, insieme a quelle ambientali, economiche e sociali. Come i nostri antenati combatterono per le loro libertà per migliorare la società, ora tocca a noi combattere per la libertà di accedere ad un’Internet libera.
Della democrazia liquida e di altri pensieri
pubblicata da Vittorio Vb Bertola su Facebook il giorno martedì 14 settembre 2010 alle ore 16.22
Oggi è il primo giorno dell’Internet Governance Forum 2010, a Vilnius. Io sono arrivato ieri pomeriggio, e ieri ho avuto appena il tempo di andare al cocktail di benvenuto organizzato dalla Internet Society (la sede centrale americana) all’ultimo piano del Crowne Plaza. Vista magnifica, vini e cibi raffinati, e io e altri “vecchi” commentavamo che dieci anni fa ISOC non avrebbe mai avuto i soldi nemmeno per prenotare la sala, e non sappiamo se questo sia poi un bene.
Stamattina, come faccio spesso in questi casi, sono venuto alla conferenza con i mezzi pubblici, e precisamente con il filobus. Mi son studiato online i percorsi e ho trovato quello giusto; ho comprato i biglietti dalla giornalaia senza problemi, sono salito su un mezzo d’anteguerra e… ecco, l’unico problema è stato che io avevo in mano il biglietto da obliterare, ma all’ingresso c’era solo un blocchetto di ferro arrugginito delle dimensioni di un pacchetto di sigarette. Io ho provato a metterci dentro il biglietto in varie posizioni, ma non succedeva niente; non timbrava. L’autista cominciava a essere un po’ scocciato, ma alla fine ho avuto il lampo di genio: l’obliteratrice non era elettrica, ma funzionava ad energia muscolare umana. In pratica, bisogna prendere il lato di dietro e spingerlo con forza contro il biglietto, che peraltro non viene timbrato, ma sforacchiato in sei punti come se trafitto da una scarica di pallini; metodo un po’ brutale ma assolutamente economico, in perfetto stile sovietico.
Superata la lunga coda della registrazione, mi sono infilato nel primo meeting, dove si discuteva dell’uso di Internet per promuovere l’attivismo giovanile - dove per “giovani”, so che sembra incredibile, si intendono le persone da 15 a 24 anni, non i quarantenni. Dopo un po’ ho preso la parola e, a parte raccontare un pochino della nostra esperienza del Movimento 5 Stelle, ho chiesto se negli altri paesi non trovassero difficoltà a mobilitare i “giovani”, e se anche da loro ci fosse il problema di larghe fasce giovanili dedite soltanto a guardare la televisione o a uscire la sera a strafarsi. Mi hanno guardato perplessi, poi da varie parti del mondo un paio di 15-20enni mi han risposto: “No, i giovani hanno molto tempo e la voglia naturale di cambiare il mondo, non conosciamo nessuno dei nostri amici che non sia impegnato in qualcosa.”
Comunque, dopo la riunione ho cominciato a chiacchierare con Eddan Katz di EFF, che mi ha chiesto lumi sul caso Vividown (qualcuno ha una traduzione o commento alla sentenza in inglese?), e con Amelia Andersdotter. Amelia, 23 anni, svedese, diventerà a pieno titolo europarlamentare entro pochi mesi, quando i decreti attuativi del trattato di Lisbona entreranno completamente in vigore e con essi la Svezia riceverà un seggio aggiuntivo a Strasburgo, che andrà al Partito Pirata.
Siamo andati a prenderci un caffé e siamo rimasti lì per oltre due ore a raccontarci di un po’ di tutto, a scambiare opinioni sulla situazione politica europea, sulle conferenze internazionali e sui temi della proprietà intellettuale, che ovviamente sono al centro della loro azione (ma hanno cominciato a capire anche loro che il problema vero è più in là, è nella struttura dell’economia… e lì io ho attaccato con la decrescita). Io le ho passato il puntatore al paper di Van Schewick che prova che le violazioni della neutralità della rete diminuiscono l’innovazione su Internet, e lei mi ha raccontato dell’esperimento di democrazia liquida del Partito Pirata tedesco.
E così mi ha presentato Leon Bayer, 15 anni, il più giovane partecipante alla conferenza, che mi ha spiegato i dettagli del loro modello partecipativo. In pratica, il Partito Pirata tedesco si è messo a scrivere il proprio statuto; come ben sappiamo anche noi, queste sono le situazioni in cui di solito i movimenti politici si avvitano in faide procedurali e finiscono in pezzi. Loro invece hanno scelto il modello chiamato appunto “liquid democracy”; in pratica, grazie a una piattaforma informatica di supporto, qualsiasi simpatizzante può iscriversi al partito e scegliere se votare direttamente sulle questioni in discussione oppure se delegare qualcuno. La delega può essere data per argomento; per esempio, uno può delegare Tizio sulle questioni relative alla sanità, Caio su quelle relative al lavoro, e tenersi per sé la possibilità di voto su altre questioni. La delega inoltre può essere revocata o cambiata in tempo reale in qualsiasi momento.
E’ un sistema interessante, perché rappresenta un giusto mezzo tra la democrazia diretta e quella rappresentativa, permettendo a ogni partecipante di scegliere il livello di coinvolgimento desiderato e allo stesso tempo evitando deleghe incontrollate, dato che anche chi accumula moltissime deleghe può perderle in un attimo se le usa male. A me piacerebbe moltissimo sperimentarlo nel Movimento 5 Stelle; a Berlino ha funzionato benissimo (tra l’altro anche loro, alle politiche di qualche mese fa, hanno preso tra il 3 e il 4 per cento a Berlino) e ha evitato tutte quelle antipatiche discussioni sulle regole interne… e le lotte per scegliere chi fa il capo l’anno prossimo.
Ora sono in mezzo alla cerimonia di apertura, che si è aperta in modo un po’ kitsch quando l’onorevole presidente della Commissione parlamentare lituana sulle comunicazioni ha imbracciato tromba e microfono e ha cantato e suonato What a Wonderful World, su una base di tastiera preregistrata. Era bravo, ma l’ho trovato fuori luogo… Poi ho scoperto che Janis Karklins, ex presidente del comitato governativo di ICANN e mio collega nel Board, è diventato vicedirettore generale dell’UNESCO. Poco fa ha parlato Andrew McLaughlin, la persona che dieci anni fa organizzò le elezioni At Large di ICANN in cui ero uno dei candidati; adesso è vice-CTO della Casa Bianca e parla di democrazia digitale “on behalf of President Obama”. Ve lo vedete il governo italiano fare una scelta così?
Facebook in August for the first time took the top spot among major sites with a total of 41.1 billion minutes, according to new data from comScore. Google was second with 39.8 billion minutes and Yahoo fell to third, with 37.7 billion. Furthermore, Yahoo's share of time spent in the third quarter dropped to an all-time low of 9.3%.
In a research note on the latest monthly traffic figures from comScore, Citigroup analyst Mark Mahaney pointed out that Google said its number of global users crossed 1 billion for the first time last month. But Yahoo edged out Google in August to become the top site in monthly traffic, with 179 million unique visitors. Google had 178.8 million, followed by Microsoft with 165.3 million.
Facebook remained the fourth-ranked site, at 148 million, up from 145.5 million in July. Rising traffic combined with increasing time spent on the site bodes well for Facebook's efforts to monetize its vast inventory.
Nielsen last month released data showing Americans spend nearly a quarter (22.7%) of their time online on social networks, far more than any other category. If U.S. Internet time were condensed to one hour, more than 13 minutes would be dedicated to social networks.
Separately, Facebook Thursday said it was adding new metrics to help advertisers measure the social context of ads by tracking the proportion that include endorsements from friends on the social network. That means telling advertisers what percentage of their ads people "Liked" or used to engage with a Facebook Page, event or application.
Research from Nielsen earlier this year showed people are 68% more likely to remember an ad and twice as likely to remember what it said when they see a friend has interacted with the ad on Facebook. The company struck a deal with Nielsen last year to help provide data to marketers demonstrating that its display ads work.
Advertisers using Facebook's self-serve ad system will find the new social metrics on the Reports Tab in the Facebook Ads Manager. The tab will show the number of clicks, click through rate and percentage of impressions from ads with social endorsements.
To help bring more accountability to social media marketing, Buddy Media Wednesday announced a partnership with MarketShare Partners to develop analytics tying social marketing initiatives to tangible offline results like increased sales and profitability.
Burlesconi
Un contributo alla ricerca storica italiana è arrivato oggi dal Presidente del Consiglio in Russia (se ne trova traccia sulla Repubblica). Criticando il ruolo della magistratura che nel 1993 indagava sulla corruzione dei partiti italiani - con risultati devastanti - ha rivelato che dietro quei fatti c'era un complotto del Pci sostenuto dall'Urss. La rivelazione è sorprendente perché l'Urss era finita nel 1991. Prima del primissimo inizio di Mani Pulite. Ma evidentemente la storia si puó riscrivere, secondo il proprietario della "macchina del consenso".(Il titolo è simile a un titolo usato qualche anno fa dall'Economist)
Tra Fini e Supergiudici. Menomale che Silvio c’è…
di Fabio Granata11 set 2010
Chissà come si saranno sentiti i magistrati italiani, soprattutto quelli delle Procure di frontiera nel contrasto alle mafie, nell’apprendere, dalla viva voce del Presidente del Consiglio impegnato in un conclave internazionale, che i giudici italiani sono addirittura dotati di poteri illimitati e che, attraverso questi, mettono a rischio la governabilità dell’Italia.
Chissà cosa avranno pensato alla Procura di Reggio Calabria, impegnata nell’attacco frontale allo strapotere della Ndrangheta, dopo 3 attentati subiti in 3 mesi.
Certamente avranno pensato di essersi clamorosamente sbagliati e di non essersi accorti che l’informatizzazione di tutti i dati delle indagini coordinati e intrecciati con quelli delle altre Procure italiane sulle loro delicatissime indagini sia oramai una realtà modernissima e operativa della quale, distratti dal contrasto alla governabilità, non si erano accorti, cosi come non avevano percezione del fatto evidente che di risorse economiche per il funzionamento degli uffici, per la benzina delle blindate o anche per le fotocopie degli atti ne avevano disponibilità illimitata, così come per gli straordinari degli agenti di polizia.
Distratti dai loro superpoteri non si erano resi conto che nelle sedi decentrate c’era una eccessiva presenza di personale motivato e professionalmente adeguato.
Così come sarà rimasto altrettanto sorpreso Sergio Lari a Caltanissetta, il magistrato che aveva raccolto gli atti del primo processo sulla strage di via d’Amelio da un garage infestato da topi attraverso la coraggiosa iniziativa dell’unico agente di Pg di cui disponeva e che, su queste solide e incoraggianti basi, aveva iniziato da zero le nuove indagini sulle stragi, scoprendo una colossale opera di depistaggio di pezzi deviati dello Stato, grazie anche ai riscontri oggettivi dati da un pentito importantissimo, Spatuzza.
A dimostrazione dell’illimitato potere delle 4 Procure competenti sulle stragi il programma di protezione che tutelasse la piena attendibilità del teste e la sua enorme importanza per ricostruire la verità veniva coraggiosamente bocciato dal sottosegretario Mantovano che, giudicando inattendibile Spatuzza, si guadagnava l’encomio solenne di Berlusconi e dei difensori della governabilità in servizio permanente effettivo.
E poi, cosa avranno pensato i Procuratori della Repubblica di Palermo, Ingroia in testa, che irriducibilmente dal ‘92 cercano verità e giustizia sulle stragi e non si sono mai fermati davanti a nessun potere o governo, in una storia fatta di servizi, piste deviate, sangue, sparizioni di prove, intrighi e veleni?
Presi com’erano a rendere l’Italia ingovernabile, hanno dimenticato i superpoteri di cui sono dotati e non si sono serviti di uomini, mezzi, sostegno politico, collaborazione che il Governo ha sempre loro generosamente assicurato.
Stessa storia per chi ha osato pensare che Verdino, Cosentino, Dell’Utri, Carboni e uno stuolo di magistrati e funzionari infedeli si riunissero per condizionare organi istituzionali o pianificare affari: attraverso i superpoteri anche questi giudici hanno condizionato l’azione di governo di siffatti statisti, bloccando la lungimirante visione del credito agevolato di Verdini e la sensibilità ambientalista e progressista sulle energie alternative di Dell’Utri, Carboni e Cosentino.
Ha ragione Berlusconi: in Italia i problemi sono creati dai giudici, sia al Governo che agli italiani.
Le cricche, la questione morale, le mafie, le verità negate, le logge coperte, le estorsioni alle imprese, l’usura, il bussiness sui rifiuti e sull’energia? Tutte invenzioni dei finiani, dei comunisti e delle toghe rosse.
Ma menomale che Silvio c’è…
Il mondo in balia di un idiota
di MARIO CALABRESI
Il mondo in balia di un idiota. Di un pastore battista a cui per 63 anni non aveva dato retta nessuno, tanto che nella sua Chiesa i fedeli erano poco più degli alunni di una classe elementare. La figlia di quest’uomo, che due mesi fa restò folgorato dalla proposta di un suo seguace di commemorare l’11 Settembre dando fuoco al Corano, sostiene che «è uscito di testa».
Insomma, parliamo di un matto di una cittadina della Florida profonda in cui sei obbligato a passare solo se devi andare in Georgia o in Alabama. Un matto capace però di tenere col fiato sospeso la Casa Bianca, la Nato, il Pentagono, l’Interpol, l’Onu, eserciti e polizie di mezzo mondo, organizzazioni umanitarie e di volontariato, chiese, moschee, sinagoghe e un sacco di turisti.
Come è possibile che questo oscuro reverendo in vena di provocazioni sia diventato un fenomeno planetario, anziché essere compatito dai suoi concittadini? La risposta investe in pieno il mondo dei mezzi di comunicazione che lo hanno trasformato in una star, che lo assediano da giorni con microfoni, telecamere, registratori, taccuini e che hanno piazzato intorno alla sua roulotte decine di antenne paraboliche. Per non farsi sfuggire nulla, per rilanciare al più presto ogni sillaba incendiaria e magari anche l’immagine dell’incendio finale, quel falò di libri sacri all’Islam che avrebbe l’immediato effetto di accendere un’altra pletora di idioti che non aspettano altro a ogni latitudine. Il rapporto causa-effetto lo mostrano le due foto che pubblichiamo in prima pagina.
Le quali possono essere lette da sinistra verso destra o anche al contrario, nel senso che nessuno dei due è giustificato dall’altro per i suoi comportamenti: i bruciatori di Corani e quelli di bandiere a stelle e strisce appartengono alla stessa razza. Quella degli idioti appunto.
La domanda allora sorge spontanea e ce la siamo posta anche noi: ma perché allora dargli spazio e visibilità? Basterebbe ignorarli, come viene suggerito di fare con i matti o con i bambini che fanno troppi capricci. Sarebbe la scelta giusta se questa giostra globale non corresse così in fretta, se filmati, foto e dichiarazioni non ci bombardassero senza sosta.
Puoi decidere di ignorare il pastore, ma come fai a tacere il fatto che nel frattempo il Papa, il segretario delle Nazioni Unite, il comandante delle truppe americane in Afghanistan e il Presidente degli Stati Uniti stanno lanciando appelli proprio a quel pastore e alla sua minuscola congrega di fedeli?Puoi decidere di non mettere nulla sul giornale, ma all’ora di pranzo le agenzie battono il comunicato dell’Interpol in cui si parla di «rischio di attacchi globali». Qualche minuto e in una manifestazione antiamericana a Kabul ci scappa il primo morto.
Così pensi che se decidessi di tenere il giornale fuori da tutto ciò sembreresti tu l’idiota, o perlomeno un insopportabile snob, e che sarebbe tutto inutile. La grande agenzia Ap ha deciso di non distribuire le eventuali foto, ma sappiamo che basta un ragazzino con un cellulare e un computer a casa per far esplodere la rete e arrivare in ogni casa del globo. Gli esempi degli ultimi anni sono centinaia, pensate alle foto di Abu Ghraib o anche solo al filmato del bambino Down picchiato dai compagni di scuola.
A Barack Obama, ieri mattina nella East Room della Casa Bianca, hanno chiesto se non avesse fatto meglio a ignorare il pastore Jones invece di dargli importanza. Il Presidente ha risposto che ha dovuto occuparsi «dell’individuo giù in Florida» - non ha voluto dargli la dignità del nome - per evitare gravi conseguenze contro cittadini e militari americani, che non poteva fare altrimenti.
Così siamo tutti prigionieri di questo «reality show», come lo ha chiamato il direttore del New York Times Bill Keller, che finisce per dettare gli umori globali e farsi guidare da questi.
Ma non c’è proprio nessuna via d’uscita da questa degenerazione della società dell’immagine che è capace di mettere tutto sullo stesso piano, di enfatizzare un particolare fino a farlo diventare un fenomeno universale, che regala ai cretini di ogni sorta il loro minuto di celebrità planetaria?Qualche cosa si potrebbe fare: una strada esiste, ma non passa dalla censura o dal silenzio, passa invece dallo sforzo di restituire a ogni immagine i suoi veri contorni, di rimetterla a posto nel suo contesto. Bisogna fare più giornalismo, non arrendersi alla valanga di immagini artefatte o di slogan a effetto.
Tutti i giornali del mondo hanno parlato della «Moschea a Ground Zero» e molti nel mondo si sono indignati, forse l’effetto sarebbe stato diverso se tutti avessero scritto che la sala di preghiera dovrebbe nascere a tre isolati dal luogo dove sorgevano le Torri Gemelle o che a quattro isolati già esiste da anni un’altra moschea (di cui nessuno si è mai sognato di chiedere la chiusura).
Fare giornalismo di qualità per cercare di abbassare la febbre del sensazionalismo significa andare a cercare dati e statistiche per dare il giusto peso alle nostre preoccupazioni, che si tratti del numero di crimini, di immigrati illegali, di malati di influenza suina o di moschee con minareto (in Germania ce ne sono 206, in Italia 3). Significa dare voce a chi ha titolo per parlare e non solo a chi garantisce di fare più rumore o più spettacolo.
Fare giornalismo così è faticoso, ma è l’unica strada che abbiamo per salvarci dall’invasione del falso, del verosimile, per cercare di capire qualcosa in questo caos globale.
Anche la politica e la società civile però potrebbero fare qualcosa per restituire ai gesti e alle parole il loro giusto peso: al delirio del reverendo Jones dovrebbero rispondere cento reverendi che pregano insieme a rabbini e muftì davanti a quello che era Ground Zero. L’immagine avrebbe una forza emozionale ed evocativa superiore e questa volta sarebbe l’erba buona a scacciare quella cattiva.È davvero così difficile immaginare di non arrendersi e decidere che la nostra esistenza non può essere presa in ostaggio dall’ultima immagine che passa davanti ai nostri occhi?
Risposta aperta all’Italia, investitori e startup
Posted by On September - 7 - 2010Disclaimer: le opinioni espresse in questo blog sono mie personali e non rappresentano in alcun modo quelle del mio datore di lavoro. Chiedo scusa in anticipo se il post dovesse risultare troppo lungo e sconnesso, ma è scritto da alberghi, uffici di startup, case di emigrati italiani, ed i pensieri da ordinare sono veramente tanti.
Leggendo la lettera di Augusto, il buon centinaio di commenti che ha scatenato (soprattutto quello di Max con annesso post) ed il post di Fabrizio mi sono passate per la mente tante cose, e vorrei cercare di metterle in ordine in questo post.
Per chi non mi conoscesse, mi ripresento al volo per dare un contesto alle mie parole.
Ho 23 anni, ed oggi lavoro in un fondo di venture capital italiano e fatto da italiani. Ho iniziato su internet verso i 19 anni, con le mie prima attività sviluppate dopo i corsi universitari, riuscendo a pagarmi gli studi e mettere qualcosa da parte. Nel frattempo ho creato il forum della mia università con 15000 iscritti ed ho vinto le elezioni universitarie 6 mesi dopo essermi iscritto. Mi sono laureato in ingegneria informatica e non ho intenzione di proseguire gli studi con una laurea specialistica. Tutto quello che so l’ho imparato da solo. Ho fondato la mia prima vera società a 21 anni, ed ho fallito per diversi motivi. Ho vissuto un anno in Spagna. Scrivo per TechCrunch. Nel tempo libero sto sviluppando equeety con altre 2 persone e GoWar con altre 5. E convivo. Non ho sicuramente finito un Phd al MIT a 19 anni ma penso di non essere nemmeno il tipico esempio di bamboccione.
Sapete qual è il vero problema? Che di gente come Augusto, come Passatordi, come me, con il drive, con la voglia di fare e di sbagliare, della nostra età, ce n’è veramente poca. Di gente che, all’università, il pomeriggio torna a casa ed invece di andare all’aperitivo o al fermatino si mette a sviluppare codice per il suo prodotto, di gente che si prende le ferie ed invece di andare in Sardegna se ne va in Silicon Valley a conoscere imprenditori e venture capitalists, ce n’è veramente pochissima. Gente carismatica, coraggiosa, ottimista, piena di difetti, forse arrogante. Gente così, in Italia non si trova troppo al suo posto e l’emigrazione non la vedo assolutamente come un punto negativo. Vivere all’estero è un diritto di tutti, conoscere altre culture, altre lingue, altre usanze è un’esperienza che va augurata a tutti perché è ciò che ti completa. Ti aiuta a trovare la tua strada e la tua comunità.
Io ho studiato ingegneria informatica, e vi posso garantire che non sono riuscito a trovare nemmeno un co-founder pababile tra i miei compagni di corso, e vi assicuro che molti erano nettamente più preparati e più intelligenti di me. Manca la scintilla, la pazzia, la voglia di fare qualcosa di diverso e di contribuire qualcosa di proprio al mondo, la voglia di seguire la propria passione e non vendersi per un lavoro 9-5 insoddisfacente ed una vita infelice. Manca l’estro tipico italiano.
Io purtroppo i vari Dettori, Lani, Marchetti & co, non li ho trovati. Si possono contare sulla punta delle dita ed è questo il vero punto dolente del nostro paese.
Ironicamente mi trovo a rispondere da San Francisco, dove sono in viaggio per vedere da vicino l’ecosistema della silicon valley, e sinceramente dopo pochi giorni che mi trovo qui ho la convinzione che appena deciderò di fare una mia startup, l’emigrazione sarà l’unica strada possibile per me. In sole due settimane ho conosciuto una quantità di gente qualitativamente incredibile, e strano ma vero, molti di loro sono italiani. Citandone uno: “l’italiano che è qui è diverso. L’italiano che viene a San Francisco non vuole farsi la piccola esperienza all’estero, viene qui perchè cerca qualcosa di specifico.” Il mio pensiero su tutte queste discussioni si ferma al constatare quanto siano inutili. Polemizzare sulla scelta di espatriare è poco produttivo. C’è chi come Augusto non è fatto per stare in Italia, e chi invece come Max, che ci si trova a pennello. Ognuno deve scegliere la sua strada, crearsi le sue opportunità e seguirle rischiando tutto ma soprattutto fare quello che ama.
E’ anche vero che ultimamente l’ecosistema si è rivoluzionato (dal basso), c’è molto più fermento, lo 0.01% della popolazione sa cos’è una startup e lo 0.001% sa cos’è un venture capital. Ci sono gli Startup Weekend con decine di partecipanti, ai nostri UpStart Roma ci sono centinaia di persone. C’è voglia di cambiare, ma c’è ancora poca voglia di rischiare (io forse autocriticamente ne sono anche per ora un esempio). C’è voglia di parlare, ma ancora poca voglia di fare. E dove c’è voglia di fare, c’è poca voglia di accettare il fallimento, i feedback negativi, di competere senza aiutini e sopratutto senza che tutto sia dovuto. C’è poca voglia di creare un prodotto che cambi il mondo.
Sapete poi qual è l’altro punto fondamentale? Che le startup ed i progetti che si vedono in Italia, in maggioranza fanno veramente ridere. La qualità è veramente bassa, gente che non sa quale è il suo mercato, team senza sviluppatori che vogliono dare tutto in outsourcing, cultura del prodotto inesistente, nessuna idea di come entrare sul mercato. Qui mi trovo a dar ragione a Max per alcuni punti. Una quote su tutte: “non è un diritto essere finanziati solo perchè si è giovani e si ha un’idea“. Va benissimo la voglia, l’idea, la volontà, i sacrifici, ma se il tuo risultato fa schifo c’è poco da lamentarsi.
Se visitaste gli SSE Labs, l’incubatore FATTO dai ragazzi di Stanford per i ragazzi di Stanford, rimarreste a bocca aperta. Gente di 19 anni che presenta come Obama, con un livello di profondità spaventoso, con una visione a 360 gradi del mercato, dei competitors, del futuro e della via per il successo a cui VCs americani dicono letteralmente “la tua presentazione fa schifo”. E loro “thanks for the honest and very helpful feedback” e la sera non stavano a scrivere un post su come i VCs non li avessero considerati, ma giù a cambiare il modello, il pitch, il prodotto.
Se si viene respinti in malo modo dai VCs, forse c’è qualcosa che non va nel prodotto, nel team o nel piano. I partners dei fondi di VC non sono proprio gli ultimi arrivati, e spesso hanno fondato loro stessi società di successo.
Parlando di dPixel, noi vediamo circa 6-700 idee l’anno ed è chiaro che è molto difficile rientrare in quelle 3 o 4 che verranno finanziate. I VCs devono rendere conto ai propri investitori, e per quanto piacerebbe investire e dare la possibilità a gente come Augusto di realizzare il proprio sogno, non è sempre fattibile per un piccolo fondo privato. Per questo purtroppo ci troviamo a scartare molta gente valida per diversi motivi. Non credo che questo ci faccia essere dei mostri. Non credo che chi non entra dentro Stanford o altre università si metta a scrivere che non è giusto. Probabilmente lo è, ma se volevi veramente entrare, studiavi di più.
Ora di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. In Italia non c’è (ancora) l’ecosistema. Le università non sono al livello di Stanford, Harvard, Mit, Berkeley etc. e finchè saranno pubbliche non potranno mai esserlo. I soldi non ci sono, perchè non c’è un mercato per l’exit delle startup, e chi li fa (con dovute eccezioni) preferisce tenerli o metterli nel mattone. I deal non si chiudono, perchè le società prima di lavorare con una startup preferiscono fallire. Il networking non si fa, perchè la propria idea è sacra e preziosa e guai a condividerla. Lo sviluppo si da in outsourcing, perchè fare startup è uguale a sviluppare un prodotto e poi venderlo. Da notare che sto bypassando tutti i problemi che si incontrano nell’assunzione delle persone, formazione della società, gestione della stessa, etc.
Chi possiamo “blame” in Italia?
- I pochi investitori che rischiano tutto, vanno contro le istituzioni e le banche, montano fondi in Lussemburgo e Spagna, e cercano di aiutare in tutti i modi i piccoli sognatori italiani? Direi di no, anzi. E’ per questo che ho deciso di accettare l’offerta di dPixel, che è essenzialmente una startup, un sogno che per sostenersi ha bisogno di grandi sacrifici da parte di tutti, ma che continua a vivere ed aiutare gente come Stefano Passatordi (che sta comunque partendo per San Francisco) grazie all’impegno e alla fiducia di tutti.
- I politici? Non c’è nessuna speranza di poter cambiare le cose solamente parlando, ma facendo.
- Il sistema? Troppo facile.
- La cultura? Si, ma sormontabile.
- Gli studenti ed i giovani che puntano solo al posto fisso? Si e no, ognuno ha una storia personale diversa, e spesso la famiglia dove si cresce è molto influente.
Non c’è una vera soluzione, siamo solamente qualche decina d’anni indietro rispetto alla Valley. Ci arriveremo, ma sempre arrancando. A qualche persona, perdere gli anni più produttivi e creativi della propria vita in una situazione del genere, non sta bene.
Detto questo ci sono tre vie: 1) lamentarsi, 2) farla in USA e 3) rimboccarsi le maniche e farla in Italia. Direi che la prima è abbastanza facile escluderla, e preferirei lo facessero tutti. Fare startup in USA è possibile, ma difficile. Fare startup in Italia è possibile, ma molto più difficile.
In Italia è però forse paradossalmente più facile ottenere finanziamenti visto che la concorrenza è poca e molto scarsa. Fidatevi che se vi presentate con un prodotto fantastico, qualche migliaio di utenti ed un primo contratto, i soldi li trovate veramente facilmente, mentre, riquotando Max, “non è trasferendosi a SF che si viene finanziati“. A SF sareste solamente un altro sito come tanti altri che prima di ricevere finanziamenti deve “provarsi” molto di più.
Per costruire un’azienda di successo e globale, prima o poi serve comunque spostarsi, perchè servono soldi, tanti soldi. Qualsiasi storia di successo conta alle spalle decine di milioni di euro di investimento, prima di qualsiasi exit, ed in Italia questi soldi al momento semplicemente non ci sono. Sinceramente, se dovessi dare un consiglio ad un under 30, che si trova nel periodo più produttivo della sua vita, direi che conviene investire il proprio tempo ed i propri soldi nel prodotto, nel paese che preferisce, ma poi quando si inizia a fare sul serio, stare in Silicon Valley, non è più un optional.
Mi sono piaciuti molto i commenti di Francesco Sullo, (qui e qui). Uno che ha vissuto tutto l’iter è che ha ben chiaro il sistema italiano ed americano. Bisogna fare attenzione, l’America non è più l’America. Gli Stati Uniti, per molti versi sono un paese crudele, del terzo mondo, dove, se sbagli parecchio, finisci veramente per strada. Un paese che però da molte opportunità, e se non hai paura di fallire e perdere tutto, il payoff è molto alto.
Avere 19 anni è un vantaggio ed uno svantaggio allo stesso tempo. Si può rischiare tutto ma non si ha nessuna esperienza. Finanziare un’avventura come MashApe è molto difficile, ed io in quel contesto, fossi stato in uno di quei fondi, avrei dato parere negativo. Il prodotto era molto di nicchia ed ancora poco sviluppato, la vision non era troppo chiara, ed il team era molto giovane ed inesperto. Solitamente negli States quando si finanziano ragazzi di quell’età, non è raro che a 13 anni già scrivessero in assembly ad occhi chiusi, o che vendessero le marmellate della mamma su internet con fatturati di milioni di dollari.
Ora ho ri-incontrato Augusto a SF, e mi ha spiegato come ha fatto “pivoting” del suo prodotto ed insieme a Marco e Michele si stanno concentrando su una feature particolare, che era la più usata dagli utenti. Devo dire che il nuovo piano ha molto più senso, e la capacità di ammettere l’errore e cambiare in fretta è una delle cose più apprezzabili e mature. Fred Wilson & co su questo hanno scritto a palate.
Concludendo, delle discussioni mi interessa poco. Con dPixel in Italia ce la mettiamo tutta a finanziare i migliori e credo che tutti dovrebbero fermarsi a riflettere sull’enorme rischio e lavoro fatto da Gianluca e Frank in questi anni, ma devo ammettere che mi piacerebbe molto che la maggioranza della mia generazione sia fatta esattamente come te Augusto.
Se non è questa.. è la prossima, magari insieme. In bocca al lupo.
Update: da leggere assolutamente il commento di Augusto al commento di Max sul thread originale.
10 9Farmville: dati, analisi e curiosità per capire un successo non sempre positivo
Pubblicato da Gabriele Cazzulini alle 14:15 in videogiochi
Farmville non è solo un gioco. E' una è perfetta macchina per catturare l'attenzione e il tempo della gente facendo soldi a palate. Quest'infografica raffigura un'ottima analisi del grande "social game" per Facebook firmato Zynga.
In fondo al testo c'è anche il mio video per capire il "fenomeno Farmville".
Dati da record per Farmville in questa coloratissima infografica di Credit Loan: 80 milioni di utenti al mese, 31 milioni di utenti attivi ogni giorno. Su 200 milioni di utenti che usano Facebook tutti i giorni, il 15% entrano in Farmville.
Dentro a questi grandi numeri, si scopre che sono le donne (60%) a preferire Farmville rispetto agli uomini, normalmente giocando tra le 8 e le 9 di mattina, che non è certo l'orario più canonico per dedicarsi ai videogiochi. Tempo medio di gioco: 33 minuti. Poco? E' bastato per iniziare a licenziare lavoratori colti in flagranza di... Farmville. Fare il contadino diventa una tentazione irresistibile che scavalca persino il senso del dovere.
Perchè Farmville è così "magnetico" o, come dicono gli anglofili, "addictive", cioè capace di creare dipendenza? La risposta è chiara: è un gioco basato su meccanismi sociali che "costringono" i singoli giocatori a partecipare al gioco. Il gruppo diventa più importante del singolo giocatore. Così abbandonare il gioco o seguire una strategia più individualista appare come una "ferita" sociale che viene scoraggiata rispetto, invece, ad un'assidua partecipazione. Per non parlare della competizione che scatta tra giocatori, con sfide e reciproche invidie.
Una volta assuefatto a questa logica, Farmville mette in vendita particolari oggetti per migliorare la vita del contadino virtuale - ecco trovata una miniera d'oro per generare un profitto dell'ordine di 600 milioni di dollari, circa 1 milione di dollari al giorno.