La maggioranza si è spaccata. Una parte degli eletti della maggioranza non è più dalla stessa parte della maggioranza. Si può dire che è passata a una forma di opposizione critica che si lascia libera di votare a favore o contro la maggioranza. Ma proprio prendendo questa posizione mette in discussione l'esistenza stessa della maggioranza. Quindi l'opposizione critica è in un certo senso diventata maggioranza. Ma non si lascerà intrappolare in questo labirinto e quindi voterà in modo da non far cadere la maggioranza, divenuta minoranza. Il tutto per non andare alle elezioni e dunque non consentire che si trovi una nuova maggioranza...
Inutile tentare di spiegarlo agli stranieri. Sarebbe interessante capire se tutto questo è una fiction o se è la realtà.
Come fiction non sarebbe male. La maggioranza si spacca ma non perde il controllo del governo, casomai va a fare concorrenza ai partiti di minoranza. Il nuovo gruppo finiano in effetti potrebbe portare via voti alla maggioranza, ma potrebbe anche portarne via all'opposizione. Nel dubbio, per ora, evita di andare alle elezioni. Tanto il problema è conquistare spazio nei titoli dei giornali. E da questo punto di vista è riuscita alla perfezione. Come in una fiction.
Come realtà è piuttosto esoterica. Ma forse è il riflesso di una realtà più profonda che in effetti si conferma a ogni passaggio politico. Non è il gioco elettorale a generare la politica italiana. E' il gioco della spartizione dei ruoli e dell'interdizione del potere altrui. Le due cose vanno insieme. Non ci sarebbe niente di strano adesso a pensare che anche al gruppo finiano andrà una quota di potere in Rai, una quota di potere nelle aziende pubbliche, una quota di potere nel territorio, una quota di potere nell'agenda delle leggi da approvare...
L'Italia si sta sciogliendo in una serie di minoranze. Le minoranze territoriali: Nord, Sicilia, Roma, localisti vari, ecc... Le minoranze di interessi: grandi aziende, piccole aziende, partite iva, impiegati pubblici, ecc... Le minoranze di ideali: individualisti, collettivisti, cosmopoliti, ecc... Le minoranze di metodo: costituzionalisti, opportunisti, riformisti, ecc... Le minoranze di link: vaticanisti, americanisti, europeisti, gli-affari-sono-affaristi, ecc...
Piacerebbe piuttosto vedere una strategia per il dopo. L'attuale regime non è eterno. E prima o poi si dovranno creare le condizioni per costruirne un altro. Chi ci pensa? Per il dopo, probabilmente, ci vuole: 1. una nuova legge elettorale; 2. un nuovo equilibrio di poteri tra governo, parlamento, magistratura e, volendo, informazione (compreso il tema della concentrazione di potere nell'informazione televisiva); 3. una nuova narrazione del progetto di società da perseguire. Imho.
- C’è una notizia che risale a più di un mese fa eppure è attuale in questi giorni come non mai: l’approvazione da parte del parlamento islandese di una legge, l’Icelandic Modern Media Initiative (IMMI), che mira a fare dell’isola del profondo nord europeo una vera e propria “roccaforte” per il giornalismo investigativo e per chi pubblichi in rete materiali coperti da segreto ma di interesse pubblico. Un “rifugio” per i “cani da guardia della trasparenza”, che potranno avvalersi della protezione offerta da una legislazione che raccoglie contributi dai Paesi che hanno più a cuore la difesa della libertà di espressione, tra cui Svezia, Norvegia, Estonia e Scozia. Diversi elementi sono degni di nota, prima di tutto a livello politico. Intanto l’IMMI è stata proposta da esponenti di tutti i gruppi parlamentari e approvata all’unanimità in poco più di sei mesi: uno scenario impensabile in un Paese diviso e dagli iter parlamentari infiniti come l’Italia. In secondo luogo, l’idea di estrarre contenuti da normative sparse in tutto il mondo presuppone una competenza purtroppo impensabile nel nostro Paese, dove spesso a legiferare sulla Rete sono persone animate magari dalle migliori intenzioni ma senza alcuna conoscenza del mezzo. Da ultimo, in Islanda la politica non è stata sorda ai pareri degli esperti del settore, ma ha pensato al contrario di servirsi della loro consulenza; in questo caso, di quella di Julian Assange e Daniel Schmitt, co-fondatori di Wikileaks, il sito che ha recentemente fatto discutere il mondo pubblicando 91000 documenti riservati sulla guerra in Afghanistan.
Questa notizia, insieme alla recente protesta contro il comma 29 del ddl intercettazioni, spiega il richiamo all’attualità, il secondo livello di analisi. Che suscita domande a cui, al momento, è difficile dare risposta. È giusto, ad esempio, garantire uno scudo tanto potente a chi diffonda informazioni che potrebbero mettere a repentaglio vite umane? È giornalismo investigativo la mera pubblicazione di documenti, senza alcun filtro interpretativo? E poi, siamo sicuri che il confine tra trasparenza e diffamazione non diventi troppo labile?
Di certo l’implementazione del pacchetto normativo, che richiederà la modifica di 13 leggi esistenti e il coinvolgimento di quattro ministeri per un anno intero, aiuterà a fugare questi dubbi. Ma fin da ora è possibile affermare che anche l’Italia dovrebbe guardare con interesse all’idea islandese. La libertà di espressione in Rete merita una considerazione ben diversa rispetto a quella rivelata negli ultimi tempi dal legislatore italiano, che sembra essere capace solamente di ipotizzare improbabili obblighi di rettifica, filtri preventivi e addirittura la creazione di reati in cui l’utilizzo di un social network sia un’aggravante.
E c’è già chi, come il blogger Claudio Messora, parla di una Italian Modern Media Iniative. In pochi giorni sono già 1600 a dirsi d’accordo sulla pagina Facebook della proposta, reclamando un diritto “sacrosanto e inviolabile” a esprimere la propria opinione. Senza che il pensiero corra automaticamente, per un riflesso prodotto dalle nostre ossessioni mediatiche, alle aule di un tribunale.
MSC in Filosofia della Scienza alla London School of Economics, è un blogger e giornalista. Tiene il blog ilNichilista e collabora con diverse testate, tra cui L'Espresso, Farefuturo Web Magazine, Il Secolo d'Italia e Agoravox Italia.
È gia da tanto che gli internauti si lamentano che Facebook sfrutta i loro dati personali, ma il social network ha cominciato a tener conto delle loro critiche solo dopo molto tempo. Recentemente, quattro studenti hanno deciso di creare un social network concorrente chiamato Diaspora, i cui utenti manterranno il controllo sui propri dati personali. Secondo il blog tedesco Netzpiloten, l’interesse suscitato dal loro progetto promette una bella battaglia sul web!
Questa primavera, è stata fino ad ora il momento di maggior successo per Facebook, seppure in termini assolutamente negativi: a causa del trattamento negligente o addirittura ingordo dei dati degli utenti, Facebook è riuscito a soppiantare Google, tra i “Bad Guys”, come numero 1 dei siti sanguisuga di dati. Era necessario un sostituto più “libero”, dove non esistesse un gestore centrale per la custodia dei dati. Nasce così il progetto “Diaspora”. A poche settimane dall’inizio, già i primi risultati.
L’attenzione nei confronti del progetto e degli studenti che vi sono dietro – Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy – è stata enorme. In fin dei conti, la storia è un classico: Davide contro Golia. Diaspora funzionerà come Facebook, ma senza che dati vengano archiviati in un server centrale, che permetterebbe di sfruttarli per il phishing. Questo è possibile perchè tutti gli utenti di Diaspora terranno i propri dati registrati sul proprio computer e li condivideranno con il metodo del Peer-to-Peer, come per il file sharing. Se poi fosse anche possibile scegliere, quali dati rendere accessibili e a chi nella cerchia degli amici, sarebbe davvero possibile avere una rete sociale “privata”. I giovani sviluppatori sono stati invitati dai Pivotal Labs, noti anche per “Tweed”, il client per web OS di Twitter, e lavorano già da 3 settimane alla loro alternativa – migliore – a Facebook. Che cosa è uscito finora: Un sistema di base funzionante, che può condividere i messaggi di stato, ma ancora in versione prova per le foto utente, un demo con alcune schermate, un calendario di massima che prevede la prima release nel mese di settembre e la sensazione che qui possa esserci “the next big thing”.
Nel mese di marzo avevo scritto che, dopo il social web era necessario un “web privato”. Sono giunto alla conclusione che i siti come Facebook sono per definizione una forma di spazio pubblico, che esclude la sfera privata: il sociale non è mai privato. Un compagno di classe, un amico, un conoscente, altri studenti, un ex-moglie, un collega, un capo, un collega di partito, un ex cliente e un consulente fiscale sono interlocutori molto diversi con i quali ho dei rapporti molto diversi. Facebook li mette tutti sullo stesso piano e, inoltre, legge e analizza le mie cose per il suo meccanismo di sfruttamento dei dati. Quindi, tratto Facebook come uno spazio pubblico, anche se questo ha fatto lamentare i miei amici che l’Enno (il mio nome) privato su Facebook è ancora poco visibile. Spero di poter invitare questi amici il più presto possibile in Diaspora e di poter costruire una sorta di “società chiusa”.
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"Dicono che Friendfeed sia diventata la periferia dei Social Network" Così Maurizio Goez in un suo status di oggi su Facebook.
FriendFeed è sempre stata cosa per pochi intimi; adorato autoreferenzialmente dagli stessi ma ininfluente in termini di comunicazione con la stragrande maggioranza di quanti sono in Rete.
"Periferia" lo è sempre stato perchè la Rete sa scegliere bene autonomamente senza la necessità di sedicenti guru... "made in FF".
I numeri sembrano dare ragione a Fini e torto a Berlusconi. Con un gruppo parlamentare di più di 30 deputati, più numeroso del previsto, il presidente della Camera è ora in grado, plausibilmente, di ridurre l’(ex) fortissimo governo Berlusconi nelle condizioni in cui si trovava il precedente, fin dall’origine debolissimo, governo Prodi: una maggioranza troppo risicata, margini di manovra troppo stretti, una navigazione parlamentare disseminata di ostacoli. Tanto più che Fini, pur promettendo formalmente una sorta di «appoggio esterno» al governo, ha messo in chiaro che intende tenersi le mani libere sui temi che contano, dalla «legalità» (leggi: intercettazioni e riforma della giustizia) alle questioni che toccano l’unità nazionale (leggi: federalismo fiscale). In queste condizioni, che cosa resterà, nei prossimi mesi, di quel «governo del fare » che Berlusconi aveva promesso ai suoi elettori? E, inoltre, sarà disponibile Bossi a mantenere il sostegno a un governo che risultasse privo della forza necessaria per attuare il federalismo fiscale?
E non è solo una questione di numeri parlamentari. Ci sono anche i tanti effetti collaterali della fine del Popolo della Libertà nella sua versione originaria. È l’intero sistema politico che viene rimesso in moto, con conseguenze imprevedibili. È da vedere se Berlusconi avrà la forza per predisporre argini sufficientemente alti a difesa del governo. La principale conseguenza «sistemica» della rottura fra Berlusconi e Fini potrebbe essere quella di ridare rapidamente peso politico e importanza a un «luogo», per lungo tempo messo da parte, anche se mai spazzato via del tutto, dal sistema bipolare: il centro. Vediamo perché. Con la fine del Popolo della Libertà suonano le campane a morto anche per il Partito democratico. Le due aggregazioni nemiche si sorreggevano a vicenda. La fine dell’una annuncia la fine dell’altra. Il Partito democratico, del resto, era ormai sfibrato da troppe sconfitte e da troppe risse interne. Adesso che il Popolo della Libertà si è diviso, non c’è più alcun collante che possa tenerlo insieme. Il segretario del Pd, Bersani, lo sa. Per questo avrebbe bisogno (ma difficilmente la otterrà) di una immediata crisi di governo che lo rimetta in gioco. Salgono le azioni di Casini (corteggiatissimo da Berlusconi) e dell’Udc. E il «centro» può diventare una calamita capace di attirare molti potenziali transfughi del Pd. È possibile che in tempi rapidi, qualche mese al massimo, il centro, ossia l’area parlamentare che sta in mezzo fra Berlusconi e la sinistra, diventi piuttosto affollato. Anche perché l’avvenuto indebolimento parlamentare del governo apre per quest’area spazi fino a ieri insperati di manovra e di negoziazione. Chi scrive pensa che, pur con tutti i difetti manifestati, il sistema bipolare sia il più utile per il Paese. L’attuale legge elettorale premia le coalizioni contrapposte ma le leggi elettorali difficilmente resistono a cambiamenti troppo radicali degli equilibri politici.
Nei prossimi mesi ci saranno due aspetti da tenere d’occhio. Si tratterà di capire, in primo luogo, se Berlusconi potrà ancora attingere a una qualche riserva di risorse che gli consenta di governare il Paese pur nelle mutate condizioni. Si tratterà, in secondo luogo, di valutare le conseguenze sistemiche della rottura fra Berlusconi e Fini. Bisognerà cioè capire se questo divorzio risulterà, alla fine, un episodio importante ma dagli effetti circoscritti oppure, come sembra più plausibile, il punto di avvio di una valanga destinata a investire e, forse, a travolgere l’intero sistema politico.
Quanto sta accadendo nelle ultime ore in relazione all’ormai famoso comma 29 del c.d. DDL intercettazioni ha del paradossale e, a prescindere dal merito della questione costituisce, probabilmente un’ennesima conferma del dillettantismo diffuso e trasversale nel Palazzo nonché dell’evidente inefficienza dei meccanismi di decisione politica.
I fatti sono ormai noti.
Il famigerato DDL intercettazioni contiene, sin dalla sua originaria stesura a cura del Ministro Alfano un comma 29 (fu 28) che mira ad estendere a tutti i gestori di siti informatici l’obbligo della rettifica previsto dalla legge sulla stampa datata 1948.
E’ una previsione che minaccia fortemente la libertà di informazione in Rete.
Era il 14 luglio 2009 - oltre un anno fa- quando la blogosfera italiana scese in piazza e promosse il primo sciopero dei blogger proprio per chiedere al Palazzo di modificare la norma.
L’iniziativa ebbe una enorme eco mediatica e, in tanti, nella maggioranza e nell’opposizione promisero che sarebbero intervenuti a modificare la disposizione.
Nel corso dell’iter parlamentare, tuttavia, fatta eccezione per qualche timido emendamento, nessuno si è davvero battuto per modificare l’infelice e pericolosa disposizione e il risultato è stato che il comma 29 è uscito dal Senato in una formulazione addirittura peggiore rispetto a quella con la quale vi era entrato: il testo ora stabilisce in modo inequivoco che non solo le testate telematiche sono soggette all’obbligo di rettifica ma anche ogni altro sito informatico.
Nelle scorse settimane il testo è, quindi, approdato alla Camera.
In Commissione giustizia, tuttavia, il presidente, Onorevole Bongiorno ha pensato bene di dichiarare inammissibili i due emendamenti attraverso i quali si volevano mitigare le conseguenze della norma sulla Rete.
Davvero interessante ma troppo semplice cavarsela con una battuta a posteriori. Chi ha dichiarato inammissibili i due emendamenti volti a rivedere il comma 29? L’avatar dell’On. Bongiorno?
E i colleghi membri della maggioranza di Governo presenti in commissione giustizia che, ora, a detta dell’On. Bongiorno sarebbero disponibili a rivedere il testo, dove erano quando, inspiegabilmente, la stessa commissione ha bocciato l’emendamento presentato dall’On. Zaccaria già dichiarato inammissibile dall’On. Bongiorno?
L’UDC, dunque, pur non risultandomi nessun emendamento presentato dagli uomini dell’On. Casini né alla Camera né al Senato sembrerebbe contrario al testo del comma 29.
Un’altra buona notizia ma, sfortunatamente, ancora una volta fatta solo di parole che sin qui non si sono tradotte in azione.
Ma andiamo avanti.
Leggo ora il resoconto dell’esame del ddl intercettazioni compiuto ieri mattina in commissione Trasporti e comunicazione alla Camera dei Deputati.
All’esito dell’esame, la Commissione presieduta dall’On. Valducci (PDL), alla presenza del Sottosegretario Giachino ha espresso parere favorevole sul testo pervenutole dalla Commissione Giustizia con un’unica condizione relativa proprio al comma 29.
Mi sembra importante riportare per esteso lo stralcio dei verbali della Commissione:
il testo approvato dal Senato reca modifiche al comma 29 dell’articolo 1, in base alle quali si precisa che i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica sono compresi nell’ambito dei siti informatici ai quali è esteso l’obbligo di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti, mediante la pubblicazione, entro quarantotto ore dalla richiesta, delle dichiarazioni o rettifiche con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono; la formulazione del testo, come modificato dal Senato, non esclude il rischio, già evidenziato nel parere espresso dalla Commissione sul disegno di legge in prima lettura presso la Camera dei deputati, che l’obbligo di rettifica ricada, per la generalità dei siti informatici, piuttosto che sugli autori dei contenuti diffamatori, sui gestori di piattaforme che ospitano contenuti realizzati da terzi, i quali, in considerazione del volume dei contenuti ospitati dalla piattaforma, non sarebbero in grado di far fronte a tale obbligo; occorre invece ribadire l’esigenza che l’obbligo di rettifica, di cui all’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, come modificato dal comma 29 dell’articolo 1 del disegno di legge in esame, sia riferito esclusivamente ai giornali e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5 della citata legge n. 47 del 1948; esprime PARERE FAVOREVOLE con la seguente condizione: alla lettera a) del comma 29 dell’articolo 1, capoverso, sostituire le parole: «, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica» con le seguenti: «che recano giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5»; conseguentemente, alla lettera d) del medesimo comma, capoverso, sostituire le parole: «, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica», ovunque ricorrano, con le seguenti: «che recano giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5»; alla lettera e) del medesimo comma, capoverso, sostituire le parole: «, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica» con le seguenti: «riconducibili a giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5». Il sottosegretario di Stato Bartolomeo GIACHINO esprime l’assenso del Governo sulla proposta di parere favorevole con condizione del relatore.
Parere favorevole, dunque, ma a condizione di modificare sensibilmente il comma 29, condizione condivisa dal Governo per bocca del suo Sottosegretario.
Ce ne sarebbe, forse, abbastanza per non avere più alcun dubbio sul fatto che il comma 29 è destinato, in aula, ad essere abrogato o modificato.
Ma non basta.
Sull’onda delle contestazioni in Rete e fuori dalla Rete, anche il PD ha promesso battaglia sul comma 29 per bocca dell’On. Franceschini che ha aderito ad un appello di art. 21, dichiarando: «Sottoscrivo il vostro appello per salvare la Rete. Il comma 29 dell’art. 1 del ddl intercettazioni rappresenta il più grande tentativo di limitare la libertà del web. Come Partito democratico siamo impegnati a chiedere lo stralcio di questa norma assurda. E porteremo in Aula la battaglia, che affronteremo con qualsiasi mezzo utile per fermare questo scempio»
Almeno a parole, quindi, il Parlamento intero sembra concordare sull’esigenza di modificare il comma 29.
A questo punto non resta che accordare a tutti i nostri Onorevoli il beneficio del dubbio e stare a guardare: se il testo dovesse uscire dalla discussione in aula nella sua attuale formulazione - a prescindere dal caso di specie - avremmo una forte ed inequivocabile conferma del fatto che nessuno in Parlamento ha davvero a cuore le questioni della Rete e/o piuttosto che Lorsignori non sono in grado - per le ragioni più nobili che qui non interessa indagare - di governare non già un Paese, ma neppure un processo decisionale relativo alla modifica di 10 parole in un disegno di legge, pur essendo tutti d’accordo sulla necessità di modificarle.
L’onorevole Giulia Bongiorno si è detta disposta a modificare, insieme al governo (anzi a ripensamenti con lo stesso), il comma 29 della legge intercettazioni, quello che prevede la famigerata rettifica per i blog. La presidente della commissione giustizia era indicata nell’appello, che ha raccolto 12.500 firme nel week end scorso, come colei che aveva dichiarato inammissibili gli emendamenti migliorativi già presentati.
Non si capisce in quale clima possa avvenire questo intervento riparativo, ma si vedrà come va a finire. Intanto un modesto parere: ma perché modificare? Il punto qui è che un blog – e tantomento un utente facebook o di altro social network – non sono un giornale e quindi non vanno trattati allo stesso modo.
Bisogna eliminare questa norma “opportunistica” dalla legge intercettazione. Perchè, direte? Per un motivo che mette in evidenza tutto il buon senso che c’è in questa azione.
Questo punto ed altri, in tutto 10, sono spiegati con linguaggio chiarissimo dalla giurista Giusella Finocchiaro sul blog di Giovanna Cosenza. Entrambe sono docenti nell’università di Bologna.
6. Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?
E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.
10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?
No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.
La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.»
Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.
Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.
Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.
10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….
1) Che cos’è il diritto di rettifica?
È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.
In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.
2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?
Nei giornali o in televisione.
3) Quali sono oggi le norme di riferimento?
a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .
b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.
4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?
Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).
5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?
Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.
Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.
6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?
E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.
7) Il blog è un giornale?
No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.
8) Il blogger è un imprenditore?
Non in quanto blogger.
9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?
Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).
10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?
No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.
La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.
Scrivevo qualche tempo fa: Come si è avuto modo di notare in questi pochi anni di esperienza, il diritto del cyberspazio deve sì essere necessariamente creato, inventato, ma i principi giuridici fondamentali presenti nelle varie giurisdizioni e in parte a esse comuni possono risultare sufficienti, con qualche sporadica eccezione, a fondare le norme necessarie a regolamentare le nuove fattispecie che si vanno a diffondere in Rete a patto che queste ultime vengano comprese e affrontate nella loro diversità rispetto a quelle analoghe del mondo “reale”. Occorre, in sostanza, avere ben chiaro che trattare di aste non è e non può essere la stessa cosa che trattare di aste online così come che i nomi a dominio non possono essere regolamentati tout court come i marchi e/o i nomi.
Ora, va da sè che anche blog o social network o, tanto meno, i c.d. “siti informatici” per voler riprendere il gergo dozzinale quanto patetico nella sua assurda pretesa di omnicomprensività, del comma 29 dell’art. 1 del DDL intercettazioni, non sono e non potranno mai essere la stessa cosa di quotidiani o riviste periodiche e che, pertanto un Legislatore anche non particolarmente avveduto, ma che possa perlomeno ancora definirsi tale, non dovrebbe neanche lontanamente ipotizzare di traslare rudimentalmente ai blog e “siti informatici”, con una certa dose di volgarità, l’istituto della rettifica.
Di parole al vento ne ho lette tante in questi giorni, devo dire, per vero, alcune volte anche da parte di chi giustamente si oppone all’approvazione di questa norma e allora forse non fa male brevemente rispolverare i fondamentali sull’istituto in esame, una lettura utile dunque, sintetica ma esaustiva per farsi un’idea, è questa che ci fornisce il blog dello Studio Legale Finocchiaro: 10 cose che non si possono non sapere sull’obbligo di rettifica per i blog
Una lettura che consiglierei in primis ai parlamentari che saranno chiamati ad esprimere entro breve il loro voto definitivo sul testo del ddl intercettazioni e quindi anche sul suo comma 29 art. 1. Dico questo sommessamente e con riverenza – non sia mai che, se approvata, debba essere il mio blog la prima vittima dell’applicazione della nuova disciplina – ma anche con una certa preoccupazione civica che ha avuto un sensibile picco ieri notte e da allora si mantiene su livelli elevati, stavo, infatti, girovagando per il web e mi sono imbattuto in questo post del blog dell’On.le Ciccanti una vera chicca nel suo genere. Commentando con alcuni amici in Rete ancora svegli a quell’ora si notavano alcune similarità con testi di Pirandello e, d’altra parte, si condivideva che l’autore era andato in alcuni passaggi ben oltre Asimov. Oggi anche Guido commenta il post dell’on.le Ciccanti e fornisce anche lui gratuitamente un utile e sintetico bigino sull’istituto della rettifica da mettere insieme a quello dello Studio Finocchiaro.
Qualche tempo fa un altro più noto parlamentare ha avuto il coraggio e l’onestà di confessare una storica verità che, nell’ambito della discussione sul comma in esame, pare assolutamente confermata:
L’ho già detto e lo ripeto, questo comma del ddl intercettazioni prima ancora che una limitazione della libertà di informazione in Rete è una grossa coglioneria, a scanso di equivoci ribadisco di essere convinto anche che il web non possa essere considerato una zona franca dove poter scrivere ed esprimere le proprie opinioni senza alcuna responsabilità ma, proprio per questo è meglio evitare di imporre regolamentazioni assurde che avranno il pregio di non garantire chi scrive nè chi è oggetto degli scritti. Il problema è però, con tutta evidenza, un altro, il Parlamento, perlomeno per quanto riguarda il settore della Rete, ha dimostrato di non essere in grado di svolgere propriamente la sua funzione producendo norme utili allo sviluppo delle infinite potenzialità di questa insostuibile risorsa democratica descritta in maniera inappuntabile oggi da Juan Carlos su La Stampa . A dispetto dell’errore marchiano più volte ripetuto in questi giorni anche da autorevoli testate il ddl intercettazioni non è un decreto ma un semplice disegno di legge governativo a firma del Ministro Angelino Alfano, questo pone alcune differenze, non ultima che non c’è una scadenza per la convrsione. Questa dunque la mia proposta, cari Parlamentari andate al mare, rischiaritevi le idee e se ne riparla a settembre, così, con il fresco affrontiamo inseme, questa volta un pò più seriamente il dilemma vero che pone magistralmente il Prof Ziccardi:
Cosa vogliamo, allora? Che ai blog e ai siti di informazione anche amatoriale venga data dignità e tutela di stampa e d’informazione, ma ci accolliamo anche, ad esempio, l’obbligo di rettifica (su cui tanto si discute in questi giorni) o di dover allestire una struttura che imbriglia il sistema, oppure lottiamo perché rimangano liberi il più possibile da vincoli e, soprattutto, lottiamo per far capire che sono strumenti completamente diversi dalla stampa, ma così rischiamo che giudici e politici continuino a vederli come qualcosa di poco importante? E magari continuino a sequestrare senza criterio interi blog ma anche, come è già successo, interi server che contengono forum o sistemi di posta?
Se, invece, la maggioranza si intestardisce e la norma viene approvata così com’è, vorrà dire che a settembre dovremo al contrario lavorare, senza perdere tempo, ad un caso pilota e cercare di portarlo davanti alla Corte Costituzionale …
Quando il finiano Granata (bel cognome, vero?) ha attaccato gli affaristi del suo partito, il mio primo pensiero è stato: avrà pagato il bollo dell’auto? E i contributi della colf? Non mi sbagliavo. Ieri mattina su un giornale di destra campeggiava già il titolo «L’alfiere della questione morale è un baby pensionato con tre lavori». Ora, ammettiamo pure che Granata sia un baby pensionato con tre lavori di cui quattro in nero, otto amanti di cui nove trans e un procedimento presso la corte di Strasburgo per possesso di carote non in regola coi parametri Ue. Di più: ammettiamo che sia il capo della Spectre, il mostro di Firenze, il miglior amico di Corona. Cos’avrà mai a vedere tutto questo con le accuse che ha lanciato su Verdini e affini? Essere un baby pensionato lo rende meno credibile come censore? E’ dai tempi di Catone che non se ne trova più uno senza macchia. Ed è dai tempi di Mani Pulite che appena qualcuno grida «al ladro», i presunti «garantisti» non si occupano del ladro, ma di scovare magagne nel passato di chi lo denuncia.
Capirei se la perlustrazione dei fondali dell’animo umano fosse dettata dal desiderio evangelico di ricondurre «chi scaglia la prima pietra» sulla retta via. Mi sembra invece che le motivazioni siano un po’ meno nobili e si riducano a un messaggio classicamente omertoso: poiché avete tutti qualcosa da nascondere, è meglio che stiate zitti e vi facciate i fatti vostri, lasciando che gli altri si facciano i loro.