Condivisione di buoni prodotti della Rete.
Le nuove tribù promuovono nuove infrastrutture di accesso alla Rete. L'innovazione la promuovono i Cittadini; siamo noi quelli che stiamo aspettando.
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La Sostenibilità può essere un driver di una nuova Responsabilità di Sistema e di un nuovo modello di Comunicazione? Daniela Bianchi fornisce alcuni spunti e suggestioni da Word Worlds Web, un evento di erra Futura, la mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità che si svolta nei giorni scorsi a Firenze.
Si è chiusa a Firenze Terra Futura la mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità che ha visto quest’anno per la prima volta l’edizione di Word Worlds Web. L’evento, organizzato da Zoes.it, il portale della sostenibilità e dell’economia solidale, nato dalla collaborazione tra Fondazione Culturale Responsabilità Etica e Fondazione Sistema Toscana, online dal 2009, è stato luogo di confronto e dibattito per parlare di web come infrastruttura leggera del saper fare e dell’agire sociale.
Le presenze di Marco Pratellesi, Vittorio Zambardino e Derrick De Kerckhove, insieme ai movimenti che nascono sulla rete e agiscono sul territorio, incontri sul green marketing e il green washing, e molto altro, hanno animato la tre giorni, il tutto coordinato dalla direzione scientifica di Luca Conti, giornalista di Nova del Sole24ore.
Interessanti le suggestioni emerse:
Il senso del luogo (Zambardino). Non si può fare a meno del senso del luogo, ne abbiamo bisogno perché nessuno è totalmente apolide, tanto più sulla rete. E forse la scommessa dei social network passa proprio da questo bisogno.La forte valenza democratica (Pratellesi). Tutti possono intervenire, dal basso verso l’alto e viceversa dall’alto verso il basso.
Divenire Rete (De Kerkhove). Il passaggio dalla dimensione tecnica della rete, strumentale, quella del 1.0 per intenderci, alla rete dove il messaggio diviene il gruppo sociale è un momento di maturazione del sistema. La rete sta creando nuove forme di incontri di sociali, e una citazione è per Andersen e i suoi gruppini sociali
A ben guardare, tuttavia, l’evento Word Worlds Web, fa emergere un altro aspetto interessante. Ed è quello che mi viene spontaneo definire come Responsabilità di Sistema, messa in circolo virtuosamente da quelle imprese che si muovono all’interno di prassi sostenibili e democratiche. E’ il caso per esempio di Palm Inc. SpA e Wip -naturae. Dalle loro esperienze emerge infatti un nuovo modello di fare relazione, che potremmo definire relazione sostenibile, in grado di traghettare il consumatore / cliente da un ruolo passivo verso un ruolo di primo piano e di moltiplicatore per l’attivazione di buone prassi. La mia impressione è che da questo nuovo modo di fare impresa e di creare valore sociale ed economico, si possa scrivere un nuovo paradigma della Comunicazione di Impresa, trasformandolo nel caso specifico in Comunicazione Sostenibile, una comunicazione e un modello di relazioni che trovano il loro punto di forza nella capacità di fare sistema. E’ un ulteriore spunto nella lettura delle trasformazioni del rapporto impresa – consumatore, quelle metamorfosi che Fabris ha definito perfettamente in Societing. Un consumatore evoluto, mutato e complesso, che non è più tale solo nel momento della scelta, ma è profondamente legato, linkato ed embedded in uno o più network di persone che hanno punti di interessi e orientamenti in e li condividono in maniera più o meno virtuale. E che dialoga, consiglia, partecipa alla produzione (prosumer) diventando così partner dell’azienda.
iOS 4: In arrivo l’upload nativo dei Video su Facebook?
By Redazione at 12 June, 2010, 11:58 pm
Attualmente l’iPhone supporta l’esportazione nativa dei video tramite Mail, MMS, YouTube e MobileMe, ma da quanto è emerso dall’ultima versione di iOS 4 rilasciata agli sviluppatori, presto potrebbe arrivare anche l’upload dei Video su Facebook direttamente dal rullino fotografico. L’immagine che vedete sopra mostra delle stringhe di codice trovate nella Gold Master rilasciata agli sviluppatori. Sembra quindi che Apple stia lavorando ad nuova funzione che permetterà di caricare i Video su Facebook direttamente dal rullino fotografico.
Vera amicizia o tregua strategica? L'accordo annunciato oggi tra Facebook e Yahoo! avvicina le due media company e i rispettivi utenti. Se è vera amicizia, lo dirà il tempo. Oggi appare più una tregua strategica. Un patto di non belligeranza. Solo una settimana fa le due società erano in battaglia: dal quartier generale di Facebook era traperata – o è stata diffusa ad arte? – una notizia che ha smosso i vertici di Yahoo!: «Facebook sta testando un servizio che permette agli utenti di condividere domande e risposte». Un'imitazione di Yahoo! answers, lo strumento che ha fatto la storia del motore di ricerca americano e che ha appena raggiunto il traguardo del miliardo di risposte (con una media di 10 nuove domande e risposte caricate ogni secondo dagli utenti).
Yahoo! e Facebook, facilitando l'integrazione dei propri utenti, scendono a patti. Il primo si apre al secondo, più forte nell'area social e in costante espansione. Il secondo potrebbe rallentare il test sul servizio answers, che Yahoo! ha dimostrato di saper fare bene, prima e meglio. Chi ci guadagna di più? Visto che tutto accade nell'eco-sistema di internet, è difficile rispondere. Non a caso è stata siglata una tregua. Se la risposta a questa domanda fosse stata nota, almeno uno dei due avrebbe avuto un buon motivo per non scendere a patti.
Pur nelle differenze, su questo punto Yahoo! e Facebook sono alleati: la condivisione degli utenti. Gli iscritti che decidono di collegare i propri profili Facebook e Yahoo! vanno sottratti dall'insieme dei potenziali utenti che potrebbero prima o poi abbandonare Facebook per Yahoo! e viceversa. Collegando i propri profili, per migrare da un network all'altro gli iscritti dovrebbero migrare da se stessi. Impossibile, o comunque impegnativo (per capirlo non serve scomodare Sigmnd Freud). Questo è quello che accontenta sia Facebook che Yahoo!.
Ovviamente l'accordo di oggi influirà anche sui rapporti di forza con i governi confinanti: a cominciare da quelli di Google e Twitter. Google vede accrescere la forza del suo principale concorrente nel business della ricerca online, Yahoo!, che da oggi è più integrato: con il web e i suoi utenti, non solo con Facebook. Twitter – che insegue Facebook anche puntando sugli accordi con i giganti della rete – vede invece diminuire il valore dell'intesa che ha da poco stretto con Yahoo! e che permette di mostrare, in tempo reale, sulle home page di Yahoo!, i tweet degli utenti comuni. Da oggi possono farlo anche gli iscritti di Facebook.
Gettare la "rete" significa consentire la circolazione di informazioni ed esperienze nei posti più isolati e dimenticati del mondo. Se la Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo ha stabilito che l'accesso all'istruzione e la partecipazione alla vita culturale e scientifica sono un diritto fondamentale, oggi lo è anche il diritto ad usufruire della rete e dei suoi contenuti.
Nel keynote speech di mezzogiorno Luca De Biase, direttore di Nòva24, ci ha offerto uno sguardo originale e, soprattutto, carico di fondata speranza sul futuro del giornalismo: che invece di dettare univocamente legge dovrà “fare di tutto per farsi adottare del pubblico“; che vedrà sostituirsi un modello quasi “fordista” della produzione dei contenuti (il quotidiano decide che cosa far dire a chi e lo vende ai lettori) con un vero e proprio “ecosistema dell’informazione“, in cui redazioni e cittadini finiscono per far parte di una gigantesca “intelligenza collettiva” chiamata Rete. I primi – notevoli – risultati si stanno già vedendo, ad esempio in forme di “inchiesta on demand” come quella che è valsa il Pulitzer a ProPublica. Per chi volesse saperne di più rimando all’estratto dell’intervento pubblicato stamane dal Sole24Ore, Carta e web: il futuro è farsi adottare dai lettori. A me non è bastato, e dunque ho deciso di avvicinare De Biase subito dopo il suo discorso al teatro Pavone.
Durante il suo intervento lei ha detto che il Pulitzer a ProPublica non è stato un premio a un sito web ma a “un’inchiesta finanziata da comuni cittadini in cui il denaro è del tutto strumentale a ciò che la società vuole sapere”. Secondo lei è possibile che una iniziativa analoga abbia successo in Italia o c’è una differenza culturale tra noi e gli Stati Uniti nella percezione che i cittadini hanno del giornalismo e del suo ruolo che lo impedisce?
Tecnicamente le donazioni negli Stati Uniti sono detassate e questo rende molto più ampio il mondo del no profit sotto il punto di vista giornalistico. Ma aldilà del fatto tecnico la sua domanda è sulla disponibilità culturale. Teniamo presente che l’Italia è il paese in Europa con il massimo impegno nel volontariato, è un paese che quando c’è bisogno è generoso – e lo dimostra in tutte le occasioni di emergenza. Quello che non ha mai avuto l’occasione di fare è organizzarsi per donare a progetti di ricerca che servano la società, anche perché non c’è mai stata una vera discussione sul ruolo di ricerca giornalistica. E dunque da questo punto di vista non abbiamo la controprova. Abbiamo soltanto l’idea che c’è un buon potenziale.
Sempre oggi ha sottolineato che più che una crisi irreversibile dell’editoria questo periodo stia testimoniando una “esplosione di speranza”. Dall’altro lato lei stesso sottolinea come il bene scarso, e dunque il valore, oggi risieda nel tempo e nell’attenzione del pubblico, sempre più sommerso dal flusso costante dell’informazione. È dunque di un modello di business che tenga insieme queste due istanze – molteplicità degli stimoli e disponibilità limitata di tempo e attenzione – che il giornalismo ha bisogno per sopravvivere nell’era digitale?
Combattere per l’attenzione e il tempo del pubblico lo si può fare in due modi: o urlando di più, invadendo di più il tempo del pubblico, oppure servendolo e dimostrando di essere “adottabile” nella conversazione che il tempo svolge. È questa la sfida. È chiaro che chi punterà a urlare di più contribuirà alla scarsità di attenzione e a una difficoltà di dibattito ragionevole, pacifico. Ci saranno tutte e due le strategie, il problema è noi a quale vogliamo dare il nostro contributo.
Lei ha anche parlato di “intelligenza collettiva”. Un termine che a certi “guru convertiti” della Rete non piace. Che ne pensa di chi come Lanier e Carr sostiene che questa “esplosione di speranze” rischi concretamente di rendere gli utenti della Rete più superficiali, meno creativi e in definitiva meno “persone”?
È un pericolo vero, assolutamente importante. Il fondamentalismo digitale è stato l’oggetto della critica di un libro che ho scritto: è chiaro che non si può dare alla tecnologia e alle opportunità che offre il compito di salvare il mondo. Non è così. È chiaro anche che se ci sono delle opportunità che la tecnologia offre e se qualcuno le coglie con lo spirito di generare qualità, la qualità può venire fuori. Questo è il problema: prendere questa situazione e fare qualcosa per migliorare lo scambio di informazione. Il portato culturale della Rete è sempre questo: hai trovato un problema? Fai qualcosa per risolverlo, lo puoi fare. È molto più facile poterlo fare. Detto questo è chiaro che la superficialità è sostenuta non solo dalla Rete ma, per esempio, da una certa televisione – non si vede perché negarlo.
Dunque non è qualcosa di intrinseco al mezzo, come si legge tra le righe del pensiero di questi autori…
Non è assolutamente intrinseco al mezzo. Se si guarda la differenza tra il modello di Wikipedia e il modello di Facebook si vede che il modello di Facebook è di più immediata azione-reazione delle singole persone che si connettono e si esprimono cercando essenzialmente di sviluppare la loro figura digitale, mentre su Wikipedia c’è un progetto collettivo ma le persone non appaiono, e ogni persona contribuisce al progetto collettivo. Tutte e due hanno avuto enorme successo e molta energia. L’una va nella direzione di generare un mondo di comunicazioni veloci che in parte hanno qualità in parte non ce l’hanno, l’altra va nella direzione di costruire un sapere strutturato, che dura, che in alcune parti ha qualità in altre non ce l’ha. Quale è la conclusione di tutto questo? Non è la tecnologia che risolve i problemi, ma il progetto, la metafora costruttiva di qualunque soluzione all’informazione ci proponiamo. Dunque per tutte quelle situazioni in cui individuiamo che manca qualcosa, che c’è qualcosa che si potrebbe fare meglio, la reazione è: facciamola.
Da ultimo passiamo al tema del diritto all’oblio. Lei ha più paura di una Rete che non dimentica – secondo il monito di Viktor Mayer Schönberger – o di una Rete che ricorda soltanto ciò che i suoi utenti desiderano sia ricordato?
Bisogna guardare quello che succede effettivamente: la Rete è capace di ricordare tutto, ma non necessariamente di conservare bene tutto. Ero di recente a un convegno che si intitolava “Su quali documenti studieranno la nostra società gli storici nel 2060”. Questo ha un valore, un senso, una importanza di conservazione e dà perlomeno una strategia a mondi di conoscenza come le biblioteche, i musei, gli archivi che sembrano in questa società un pochino messe di lato. Questa cultura della conservazione è una cultura da sviluppare nel nuovo ambito tecnologico. All’interno dei social media nei quali ciascuno sviluppa la sua presenza digitale ciascuno vuole poter sviluppare anche la sua assenza digitale. Io credo che, per come sono messe le cose adesso, sia difficile ottenerla cercando una tecnologia che risolva questo problema di per sé. Credo sia molto importante che le persone sappiano che la privacy o il diritto all’oblio dipendono dalla consapevolezza con cui usano questi strumenti.
Non c’è il rischio, ipotizzato da Schönberger in Delete, di finire in una società che si autocensura?
L’autocensura c’è sempre stata: io ho sempre raccontato i fatti miei solo ai miei veri amici, e agli altri no. C’è una dimensione pubblica e c’è una dimensione privata. Il problema è che queste tecnologie sembrano dimensione privata mentre sono dimensione pubblica. E quindi dobbiamo semplicemente imparare. Sono appena nate. Una società non è capace di interpretare e digerire in fretta cose così importanti; si pensi ai sedici milioni di persone che in Italia sono su Facebook, e in soli tre anni. Dobbiamo raccontare questa cosa il più possibile in modo che la digestione sia veloce e la gente sia consapevole di cosa sta facendo quando è su Facebook.
Art Made at the Speed of the Internet: Don’t Say ‘Geek’; Say ‘Collaborator’
When Robert Rauschenberg and a buttoned-down Bell Labs engineer named Billy Kluver began thinking, in the mid-1960s, about ways that people from the world of technology could help artists make art, Mr. Kluver surveyed the mighty gulf between the two groups and almost thought better of the idea. “I was scared,” he said once in an interview. “The amazing thing was that it’s possible for artists and scientists to talk together at all.”
Nearly half a century after that influential experiment, one in the same spirit, though crazily compressed into a single day, was taking place on Friday in a chilly loft office on the Lower East Side of Manhattan. An artist and a technical whiz sat together at a long table, their faces made silvery by the glow from their laptops — the only tools they had brought, besides their digital cameras. Anyone unfamiliar with the pair — Evan Roth, a kind of Web-centric graffiti artist, and Matt Mullenweg, a creator of the popular blogging platform WordPress — would have had to listen a long time to figure out which one came from which world. They free-associated at Web speed, their conversation sprinkled with things like hex values, detection algorithms and executable code.
“Let’s try to stay away from the Web-nerdy stuff,” Mr. Mullenweg, 26, warned, as Mr. Roth, 32, trolling for help on Twitter, was compiling video clips for the work of art they had conceived that morning.
The two were part of Seven on Seven, a project conceived by Rhizome, the new-media art organization in New York, to match seven artists with seven “technologists,” a Google engineer and an early Facebook developer among them. The pairs were given a reality-show-era deadline of 24 hours in which to sit together in rooms across Manhattan and come up with creations to present on Saturday to an audience at the New Museum, where Rhizome is based.
Whether the brainchildren of these collaborations ended up feeling more like apps or like art was up to the teams, and the distinction didn’t seem to matter to artists nearly as much as it might have even 14 years ago, when Rhizome was founded to explore the emerging field of Web-based art, said Lauren Cornell, the organization’s executive director.
But Ms. Cornell, who created the team-up project along with some of her tech-world board members and supporters, added that even now, after decades of increasing overlap between art and technology, the idea remained daunting to many of the artists and Web people she approached. “This was something we went into with the knowledge that it was an experiment and that it could end up being a failure,” she said. “A lot of people I called to see if they were interested, people I know — friends of mine — didn’t even get back to me.”
More than 150 people turned out for the New Museum presentation, some paying as much as $350 for tickets. With a couple of exceptions what they saw were not objects but ideas — some funny and entertaining, some deadly serious — situated at the fertile nexus where social networking and the Web’s data-gathering power is providing artists and scientists with immense piles of raw material about society and psychology.
Joshua Schachter, a software engineer at Google, and Monica Narula, an artist from New Delhi, came up with a rough plan to convert private guilt into charitable giving, allowing Internet users collectively to assign dollar values to various misdeeds so that guilt might be assuaged through donations. (On Friday the team paid Web users small amounts to help come up with categories of misbehavior and attendant fines. They arrived at $47 for forgetting one’s mother’s birthday, for example, and $20 for “being mad at my spouse because of a dream.”)
The artist Ryan Trecartin and David Karp, a creator of the short-form blogging platform Tumblr, came up with a streaming video site that feels like plugging YouTube directly into the cerebral cortex. The artist Kristin Lucas and Andrew Kortina, who builds social Web applications, proposed a way for people to exchange identities — in essence, to take a break from themselves — via Twitter. Ayah Bdeir, an engineer and designer, and Tauba Auerbach, her artist collaborator, made a randomly moving moiré-pattern sculpture designed to freeze when a viewer enters the room, leaving its actions when unwatched a mystery.
(Fonte: New York Times)
La ‘’redazione G’’
Non si tratta più di convergenza fra carta e web, ma di andare in massa sulla rete, dove batte il cuore dell’ informazione – La ‘’bi-medialità’’ blocca e fa diventare schizofrenici, dice Benoit Raphael, delineando un nuovo modello di redazione (la ‘’Google Newsroom’’, appunto) fatta per l’ 80% di ‘’giornalismo che crea valore’’ e per il restante 20% di supersegretari di redazione e di community manager incaricati della ‘’messa in scena’’ dei contenuti sulla carta e sugli altri supporti———-Révolutionner la presse: la ”Google Newsroom”di Benoit Raphael(da Demain tous journalistes?)E’ da diverso tempo che vengono proposti modelli di redazione integrata (il modello più noto è quello proposto dall’ Ifra, vedi anche qui). Un esempio è la redazione integrata del Daily Telegraph, anche se al primo approccio fa venire un po’ di strizza.Il problema è che, molto spesso, questi modelli troppo teorici si scontrano con la realtà delle redazioni: che sono fatte di giornalisti stampa-centrici con una debolissima agilità web. Ma soprattutto di giornalisti divisi fra ‘’due media’’ a cui si dice: dovete scrivere per due media. Cosa che provoca due tipi di blocco:1) Il web non è un tubo in cui si fa passare qualsiasi contenuto e gli articoli per la carta sono molto spesso inadatti al web e al mobile (per esempio, a Monde.fr gli articoli dei giornalisti del cartaceo costituiscono il 30% della produzione ma meno del 15% del traffico). Non basta quindi scrivere e infilare nel tubo. Ma bisogna produrre un contenuto in funzione di un ambiente.Oggi si fa lo stesso errore col mobile, spingendo semplicemente i con tenuti web nelle applicazioni nomadi.2) I giornalisti diventano schizofrenici. Diventano ‘’bi-mediali’’ e hanno l’ impressione di ‘’bi-lavorare’’, cosa che per loro vuol dire ‘’due volte di più’’… Conseguenza: continuano a produrre con un punto di vista cartaceo.Bisogna invece dimenticare questa vecchia nozione di fusione delle redazioni e fare una scelta, andare là dove l’ informazione respira, dove i lettori/utenti sono connessi e coinvolti, creare una sola redazione ‘’lì dove le cose accadono’’, e cioè sulla rete. E’ il cuore dell’ informazione. Tutto il resto non è altro che messa in scena.Perché la rete? Perché l’ era Google ha rivoluzionato tutto. E ha determinato l’ emergere (e la necessità) di quello che si chiama giornalismo in rete. Un giornalismo che abbandona la semplice produzione di contenuti per diventare processo, e che si appoggia sulla forza della rete (frammentazione dell’ informazione, nuovi ritmi, media sociali, contenuti generati dall’ utente…) per produrre e distribuire l’ informazione.Non vi troverete allora più con una redazione ‘’bi-media’’, né con due redazioni (una web, una cartacea), ma con tre redazioni che suddivido in due sottogruppi:1 giornalismo di produzione di valore (la redazione Google)1 giornalismo di messa in scena (community management e segreteria di redazione)Come vedete non uso la parola ‘giornalista’’ ma ‘’giornalismo’’. Il giornalismo inteso come una funzione (cosa che implica la condivisione di competenze giornalistiche con dei non professionisti del settore) e non come un mestiere.Facciamo l’ esempio della redazione di un giornale cartaceo, che chiameremo “L’ espoir”.- 100.000 copie/giorno- 1€- 36 pagine.- Redazione stampa: 85 giornalisti + 7 della segreteria di redazione.- Redazione web: 7 giornalisti + 1 community manager.Quindi 100 giornalisti.Una bella redazione. Anche se è un po’ sbilanciata. Troppo pochi sul web e troppo stretti sulla carta.Immaginiamo ora una nuova redazione. Sempre con i nostri 100 giornalisti. Ma una redazione che mettiamo quasi interamente sul ‘’digitale’’, cosa che ci consentirà di essere primi sull’ informazione web e mobile.Pubblicando anche un giornale di qualità maggiore, che ci permetterà di far alzare le vendite, e quindi il prezzo. E, nello stesso tempo, di guadagnare più soldi.Giornalismo di produzione di valore: la Redazione GoogleComposta di 80 giornalisti e comprende alche le altre produzioni giornalistiche (attraverso il giornalismo di link), i blog e più in generale l’ attività degli utenti che fanno capo alla testata.Gli 80 giornalisti sono raggruppati in 10 ‘’unità operative’’, cioè in poli tematici. Un po’ come dei media indipendenti (che potrebbero anche avere dei marchi diversi) guidati (o meno) da un responsabile di settore, attorno a cui si polarizzano 8 giornalisti, dei blogger, una comunità, oltre a 1 addetto al marketing e 1 addetto al commerciale (che piotrebbe comunque operare per più poli). Ogni polo potrebbe avere il suo segretario di redazione e il suo community manager.(Si potrebbero comunque immaginare anche 3 grossi poli di 16 giornalisti ciasscuno e 3 politi di 10 giornalisti, ecc.)Ciascun polo si organizza per produrre del giornalismo di valore aggiunto. Dove viene costantemente posta la seguente questione: poiché tutti trattano più o meno le stesse notizie sulla rete, quale sarà il mio valore aggiunto?Vi ritroverete dunque:- dei cronisti (giornalisti+blogger): essi non ‘’coprono’’ l’ attualità, non ribattono le agenzie, ma riportano informazioniVanno sul terreno del web, il terreno ‘’reale’’. Pubblicano a diversi ritmi: live tweeting, articoli, video, dati, inchieste… Possono anche animare una comunità di blogger/lettori con cui co-produrre dell’ informazione.- dei ‘’curatori’’ (giornalisti+appassionati): che, al contrario, ‘’coprono’’ l’ attualità, setacciando, verificando e ‘’passando’’ tutto quello che di meglio si fa sul web e sui media. Fanno del giornalismo di link o l’ organizzano, rendono l’ informazione più accessibile.- degli ‘’storici’’ (blogger, giornalisti, esperti): aprono conversazioni e mettono in prospettiva.Giornalismo di messa in scena:- Una equipe di 10 supersegretari di redazione, incaricati di mettere in scena l’ informazione nelle 36 pagine. Lavorano solo su 3-4 pagine ciascuno ma devono fare un vero lavoro di segretaria di redazione ‘’all’ anticas’’. Recuperano i contenuti pubblicati dalla ‘’redazione Google’’ e li fanno vivere in modo diverso. Il loro compito è di rendere l’ informazione più leggibile, più visuale, di fare tutto quello che il web non sa fare. Possono anche chiedere ai giornalisti, o recuperare sul web, via agenzie, dei contenuti complementari.Un bell’ esempio di quello che la carta è in grado di fare: il quotidiano portogheseOvviamente, con l’ aiuto degli addetti alla SdR ogni unità operativa digitale può decidere anche di produrre delle pubblicazioni extra su carta.- Una equipe di 10 community managers e giornalisti specializzati nei dati (data journalists), incaricati di mettere in scena l’ informazione suol web e il mobile. Di fatto devono soprattutto curare il versante degli utilizzatori dell’ informazione e occuparsi della qualità del coinvolgimento (nel senso del termine americano ‘’engagement’’) dell’ utente rispetto ai contenuti proposti.E lavorano anche sulla messa in scena dell’ informazione sotto forma di data-baseOltre che sulla costruzione di pagine di argomenti specifici (‘’topics’’) che mettono assieme, sulle pagine web, l’ essenziale di quello che bisogna sapere su un determinato argomento di attualità (post, link, tweet, dati d’ archivio, ecc.). Una cosa che fanno molto bene all’Huffington Post con le loro “big news pages” (come quella qui sotto).Risultato, una Redazione in rete, potente, completamente riorganizzata. La Redazione Google.80 Google Journalists, sarebbe la principale Redazione online di Francia.Immaginate la stessa cosa con i 200 giornalisti delle grandi redazioni dei quotidiani nazionali.Mi chiederete: ma gli 80 giornalisti del cartaceo saranno in grado di andare sulla rete? In molte redazioni il livello web è vicino allo zero.Io penso di sì. Quello che blocca è il bi-media, la schizofrenia. Ora, se il messaggio e l’ ambiente sono chiari, un buon giornalista farà del buon giornalismo.I più restii avranno la possibilità di spostarsi su una funzione di segreteria di redazione non più polverosa ma creativa.E’ un modello che naturalmente si può facilmente riprodurre per la televisione e la radio. Che ne pensate?da lsdi
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permalink | inviato da Festivaldelgiornalismo il 21/1/2010 alle 10:33 |
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New York Times Co. Papers Hooking Up With Hyperlocal Aggregator FwixBy E&P Staff
Published: March 18, 2010
CHICAGO Fwix, the aggregator of hyperlocal content, will be partnering with the newspapers of The New York Times Co. in an agreement announced Thursday.
Under the agreement, Fwix will distribute its technology and content through any of the Times Co. papers, including its Regional Media Group and the online properties of its flagship New York Times and Boston Globe.
"We are extremely proud to be working with The New York Times Company, one of the world's leading news companies," Fwix CEO and founder Darian Shirazi said in a statement. "This is a vote of confidence in our technology and our unique offering to news companies."
Fwix is featured in the March print edition of Editor & Publisher. Its business model is to aggregate blog posts and news articles that are likely to be relevant to a particular city or region. A small staff of editors, working from an algorithm, filters content and drives traffic back to the content originator. Fwix also recently launched an initiative to split advertising revenue with bloggers or local content originators.
The two-year-old company distributes local news in 175 markets in the United States and other English-speaking nations.