A Milano, un gruppo di giovani geek sta usando l'advertising per sostenere un progetto di digitalizzazione del proprio quartiere. Si parte dall'estrema periferia di Milano, con ambizioni che sembrano voler andare oltre i confini del rione reso celebre da una canzone di Enzo Jannacci (un omaggio al grande cantautore, la citazione musicale che accompagna il primo video-post di Invertising).

via tv.wired.it

 

Nella Rete c'è quello che siamo - Il Sole 24 ORE

Nella Rete c'è quello che siamo

di Luca De Biase

Mercoledí 13 Gennaio 2010

Nello stanzino di Remo Bodei, a Pisa, poco prima della sua partenza per Los Angeles. L'architettura dell'università invitava a sintonizzarsi con la lunga durata della cultura, l'arredamento denunciava la limitatezza delle risorse destinate alla ricerca filosofica, il computer sulla scrivania ricordava l'urgenza delle domande. Che cosa diventa la memoria nell'epoca di internet? Che cosa succede alla ricerca, alla filosofia, allo stupore? Come cambia il modo di pensare di chi si immerge nella rete?

Pisa è uno dei centri della cultura informatica italiana, grazie a un dono di intelligenza di Enrico Fermi che, nel 1954, suggerì di investire i 150 milioni messi a disposizione dell'università dalle autorità locali, come riporta Pietro Maestrini, nella costruzione di una calcolatrice elettronica: «Costituirebbe un mezzo di ricerca di cui si avvantaggerebbero in modo, oggi quasi inestimabile, tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca». Era con questa consapevolezza che Remo Bodei rispose.

«Immerse nella Rete, le persone hanno l'esperienza di un iperpresente nel quale tutte le conoscenze sono accessibili. Ma accessibili nello stesso tempo. È un'enorme ricchezza e un cambio di prospettiva». Si arriva ai risultati, che sono straordinariamente arricchenti, ma senza sperimentare quelle inefficienze con le quali si acquisisce la consapevolezza dei modi diversi con i quali sono stati realizzati: i podcast delle lezioni al Collège de France, accanto ai brani di Lady Gaga; le voci del popolo di Wikipedia accanto ai documenti dell'Europeana; le foto pubblicitarie accanto alle riproduzioni delle collezioni museali. Un web della consultazione, facilitata da Google, da iTunes, da Bing, da Wolfram Alpha. Al quale si aggiunge il web della segnalazione: la vita quotidiana su Facebook, su Twitter, con Delicious, mostra che l'interessante è spesso lo scambio di link, foto, video. Si è bravi "conversatori" con gli "amici" nel momento in cui si danno agli altri suggerimenti davvero interessanti o semplicemente curiosi, bizzarri. È un livello dello scambio di conoscenze che ne produce meno di quante ne faccia circolare. Chi ci sa fare, ne emerge con la mente più aperta, chi si chiude tra i soliti amici culturalmente omogenei, perde un'occasione. Come accade, del resto, a chi si chiude in una stanza ad abbeverarsi solo di programmi televisivi.

C'è chi lo fa. E c'è bisogno dunque di migliorare la nostra consapevolezza delle qualità e dei difetti di questo strumento. Ma si può dire che questo riduca la profondità culturale? Ha ragione Nicholas Carr nel domandarsi se per caso Google ci renda stupidi? La domanda è viva, come dimostra il fiuto di John Brockman, anima di Edge, che ha appena organizzato il suo annuale dibattito (online) intorno alla domanda: «In che modo internet sta cambiando il nostro modo di pensare?». È una domanda volutamente ambigua, perché riguarda sia quello che pensiamo sia i nostri percorsi cognitivi. Che induce per esempio il fisico Daniel Hillis a sottolineare che «Internet non è il web. Oggi si telefona con internet, si gestisce il traffico aereo su internet, si governa la logistica mondiale con internet. E anche in questo modo internet cambia il nostro modo di pensare. E lo cambierà ancora di più in futuro». Quello che si è fatto con internet finora non è niente in confronto a quello che ancora ci si può fare.

Già, che cos'è internet? Un generatore di cultura o la conseguenza di una cultura? Descrivere la rete con un taglio netto, come si potrebbe fare con una lavatrice, è una tentazione grande quanto la sua complessità. Possiamo dirci soprattutto quello che non è: non è Google, non è Wikipedia, non è Facebook. Non è il web. Non è un mezzo di comunicazione. Non è la biblioteca di Babele. Non è nessuna delle metafore che sono state utilizzate per definirla in modo semplice e veloce. È nata nel 1969 per servire gli scienziati di diverse università americane, tutti conosciuti e culturalmente omogenei. Gente che pensava come Fermi a un mezzo di cui si sarebbero avvantaggiate tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca.

È evoluta in direzioni impreviste. Ma con una regola sempre chiara: è evoluta essenzialmente sulla scorta dell'iniziativa di chi ha visto in internet un'opportunità e ha tentato di coglierla. L'atteggiamento di chi è interessato alla rete, per il modo in cui è costruita, non è mai quello di subire quello che produce e giudicarlo: l'atteggiamento è quello di prendere in mano un progetto e realizzarlo. Per migliorare la situazione dal suo punto di vista. Perché la rete non è soltanto quello che è: è anche quello che si vorrebbe che fosse. Quello che critici o entusiasti sperano che diventi. E il bello è che niente impedisce a chiunque abbia un progetto in mente, di provare a realizzarlo.

Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.
lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com

 

M. Favara Pedarsi: "TLC revolution 3: guardare avanti" - PUNTO INFORMATICO

Dossier/ TLC revolution 3: guardare avanti

di M. Favara Pedarsi

Il futuro in una rete decentralizzata, wireless, che per sua natura cresce solo dove serve e quando serve. Una struttura che può moltiplicare le risorse del paese. Ecco come...

 

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Dossier/ TLC revolution 3: guardare avanti
Dissezionato lo stato attuale delle TLC anche sul piano teorico al centro si pone la proposta per un'accelerazione del mercato presentata di recente al Governo. Che parte con l'idea di una wP2P, una rete wireless P2P.

Normalmente la topologia delle reti è a stella, dove al centro c'è l'apparato di interconnessione (l'infrastruttura: in casa ed in ufficio c'è l'hub/switch, nel quartiere c'è la centrale Telecom) e alle estremità dei bracci l'utenza (i terminali: computer, telefoni, etc.); reti del genere si dicono centralizzate. Incrementando la complessità della rete ed il numero di utenze, in genere si interconnettono tante reti a stella tra loro attraverso infrastrutture ad alte prestazioni (es: interconnessione delle centrali Telecom con dorsali ad alte prestazioni); reti del genere si dicono
decentralizzate.

Una rete a maglia è invece una rete completamente distribuita: niente "centri" e niente costosa interconnessione tra centri. Un buon modo per immaginare una rete a maglia è di pensare ad una rete da pesca: ogni filo è un collegamento e dove due fili si intersecano c'è un nodo di rete. Nel nostro caso i "fili" non ci sono, perché i collegamenti vengono fatti via radio.

La rete wP2P è appunto una rete a maglia formata da apparati radio equivalenti e dove quindi non c'è necessità di infrastruttura perché la funzione di questa è svolta dagli stessi apparati che svolgono anche le funzioni terminali. La rete wP2P implementa automatismi che la dotano di capacità self-growing e self-healing, ovvero non necessita di pianificazione per la sua crescita e rimpiazza automaticamente collegamenti interrotti verso alcuni nodi con altri collegamenti disponibili verso altri nodi.

L'assenza di infrastruttura dedicata, la non necessità di pianificazione e la riparazione automatica dei guasti sono gli elementi che riducono ulteriormente i costi rispetto anche alle reti wireless tradizionali.
La capacità di crescere in maniera solo apparentemente caotica è l'elemento che permette di rispondere implicitamente e automaticamente alle richieste di popolazione e territorio, rendendola di fatto lo strumento più efficiente in quanto esiste, dal macroscopico al microscopico, solo lì dove ve ne è necessità; nonché lo strumento più democratico per investire in TLC: dove c'è richiesta di cittadini o amministratori locali, viene implementata, dove non c'è, non viene speso un centesimo.

La natura distribuita di questa topologia di rete, che si riflette imprescindibilmente sulla distribuzione delle risorse sul territorio, è la garanzia che nessun operatore potrà mai possedere la rete e avvelenare il mercato come è stato fino ad oggi.

Le implicazioni non finiscono qui, sono infatti tali da mettere in discussione anche tecnicamente buona parte dell'ingegneria delle reti; ma sono qui costretto a rimandare l'approfondimento per passare a come la rete wP2P risponde a quelle che dovrebbero essere le priorità del Governo.

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M. Favara Pedarsi - "TLC revolution 2: bolletta in pensione?" - PUNTO INFORMATICO

Dossier/ TLC revolution 2: bolletta in pensione?

di M. Favara Pedarsi

Indebitarsi per mantenere una costosa rete wired o spingersi oltre, verso il nuovo wireless dalle prestazioni eccezionali e dai costi infinitamente più contenuti? In ballo i diritti dei cittadini

 

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Dopo la prima puntata del Dossier TLC di Punto Informatico in tre parti, dedicata al contesto globale, ora si affronta la questione essenziale: Telecom e reti infrastrutturali, separare o puntare sulle alternative?

Creare una struttura alternativa è meglio che separare l'unica esistente, perché dando vita ad una rete fisica indipendente:
(a) si crea concorrenza reale fin dal livello fisico indipendentemente da come vengano gestite,
(b) si aumenta il valore delle strutture di telecomunicazioni nazionali,
(c) si può evolvere il mercato delle TLC ad uno stadio ancora più evoluto di Open Communication, recuperando il ritardo accumulato nel tempo ed anzi, se il recupero è effettuato in modo innovativo, diventare la locomotiva delle TLC mondiali.

Negli anni '80, gli USA scelsero la strada della separazione strutturale orizzontale vincolati dalla tecnologia e dai costi di allora; e credo che oggi molti vorrebbero ricorrere alla separazione strutturale perché non ci si è resi conto della possibilità di creare una rete alternativa molto economica e con un valore strutturale di gran lunga superiore a tutte le reti oggi esistenti (cfr. Legge di Reed).

Fino ad oggi infatti costruire strutture di telecomunicazioni, così come le infrastrutture di trasporto e di distribuzione dell'energia, è sempre stato un sinonimo di "grande opera", e quindi di grandi costi; nell'ottica di chi oggi suggerisce separazioni strutturali, questa idea ancora non è venuta meno, facendo accantonare a priori l'idea di poter costruire nuove infrastrutture per risolvere alla radice i problemi di liberalizzazione e, in ultima analisi, di digital divide.

Oggi però, grazie alle tecnologie wireless, non solo è possibile creare reti di telecomunicazione ad un sesto del costo delle reti cablate, ma è anche possibile fare a meno di buona parte delle porzioni infrastrutturali della rete, riducendone ulteriormente i costi; questo, conti alla mano, diventa una possibilità unica di sviluppo, da cogliere al volo.

Creazione strutturale
La tecnologia oggi permette la realizzazione di una nuova struttura sufficientemente economica, in un quadro, e ciò è fondamentale, di regole certe sull'uso dello spettro radio, in modo che tutte le parti ne possano trarre beneficio: cittadini-consumatori, istituzioni, aziende e sistema Italia.

La tendenza attuale (cfr. Wifi e WiMax), invece, è quella di assegnare le frequenze in base alle richieste delle sole aziende private di telecomunicazioni, tagliando di fatto fuori i cittadini-consumatori, che rimangono relegati a ruolo di meri utilizzatori passivi di servizi a pagamento. Così facendo, il costo di questi servizi potrebbe scendere un po', ma sarebbe comunque subordinato alle logiche commerciali di entità che esistono, giustamente, per perseguire solamente il proprio fine sociale: migliorare il proprio bilancio, anche aggirando legalmente i lacci e lacciuoli imposti dal legislatore.

Il problema è che io, che vorrei usare lo spettro radio per scopi non profit (ricerca, hobby, collaborazione con i concittadini), o lo faccio illegalmente o rimango tagliato fuori; o ancora, la competizione nel mercato interno, senza una visione unitaria sugli effetti macroscopici verso l'esterno, ci fa perdere competitività internazionale.

Non è inoltre escluso che, come sta accadendo nel settore analogo delle reti televisive, gli stessi attori del mercato "fisso-cablato" potrebbero facilmente trasferire il loro peso nel nuovo mercato della connettività "fissa-wireless", ritardando ulteriormente il salto di qualità delle TLC italiane. Lo testimonia il fatto che Telecom Italia, direttamente o indirettamente, controlla la quasi totalità degli hot-spot WiFi sul territorio.

Perché dunque non indurre la separazione strutturale verticale attraverso una creazione strutturale che coinvolga con profitto tutte le componenti della società?
Probabilmente è l'unico modo per evitare fenomeni parassitari di operatori su altri (piccoli operatori vs Telecom Italia), fenomeni di pericolosa commistione tra mercati adiacenti (es: Murdoch e Tronchetti Provera), e in futuro una nuova paralisi del mercato.

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M. Favara Pedarsi.. "TLC Revolution 1: il punto" - PUNTO INFORMATICO

Dossier/ TLC revolution 1: il punto

di M. Favara Pedarsi

La rete infrastrutturale è nelle mani di un solo operatore ma le ipotesi di separazione gestionale o strutturale non reggono. Una disamina delle TLC italiane già all'attenzione del ministro Gentiloni

 

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Dossier/ TLC revolution 1: il punto
Roma - Con questo articolo si inaugura un dossier a puntate, a cadenza settimanale, dedicato alle telecomunicazioni italiane in un momento storico in cui i nostri amministratori decideranno come impiegare le nuove tecnologie wireless che potrebbero sbloccare il mercato, ridurre ad un decimo la bolletta dell'italiano e azzerare il digital divide in ogni sua forma, nel giro di 12 mesi.

Ho sentito la necessità di scrivere perchè in base a quello che ho potuto leggere ed ascoltare in questi mesi, nonostante la palese necessità di riforma delle TLC, nonostante la disponibilità di tecnologie adeguate, nonostante che il blocco involontario imposto dal precedente governo abbia preservato lo spettro radio da pericolosi fenomeni cleptocratici ed è quindi oggi ancora disponibile, e nonostante le dichiarazioni contenute nel programma elettorale del governo in carica, temo fortemente che il wireless sarà un'altra opportunità di sviluppo mancata; una possibilità che, a giudicare dalle deludenti e pericolose performance del sistema Italia, non dovremmo gettare al vento con tanta leggerezza.

Questa puntata è dedicata al contesto globale, i problemi e le necessità italiane, le soluzioni vecchie e nuove, i rischi ad esse collegati e le mie forti perplessità. Nella seconda puntata fornirò, in un ottica di sviluppo sostenibile, una mia rielaborazione delle TLC italiane. Infine nella terza puntata descriverò brevemente la mia personale ricetta, un progetto che il Ministro delle Comunicazioni, On. Paolo Gentiloni, si è detto ben disposto a ricevere e che il 25 luglio scorso, su sua indicazione, ho consegnato.

Sono certo che ogni italiano, indipendentemente da sesso, età, estrazione sociale e credo politico/religioso, si possa rendere conto che la capacità di comunicazione delle persone è in qualche modo direttamente proporzionale alla capacità del paese di produrre beni, servizi e, in particolar modo, idee; più in generale di produrre benessere. Ne abbiamo esempio infinito nella vita quotidiana: le aziende con i sistemi informativi, manager e adolescenti con il telefono cellulare, universitari con il web ed il download, impiegati con la rete aziendale, "casalinghe&casalinghi" con il telefono di casa. Sono tutti mezzi di comunicazione, che hanno velocizzato o semplicemente facilitato operazioni che facevamo da tempo, oppure amplificato i loro effetti, aumentando di fatto le nostre possibilità e la nostra produttività, sia essa rivolta allo svago, allo studio o al lavoro.

Credo pertanto di poter sorvolare sulla dimostrazione del ruolo centrale che le TLC hanno nella società, in ogni settore economico, e in definitiva nella capacità che ogni paese ha di competere a livello internazionale: una competizione che, seppur mitigata dalle necessarie collaborazioni trasversali che abbiamo impiantato, e prima ancora delle lotte interne dovute ad interessi individuali, rappresenta il termine ultimo con cui tutti noi dobbiamo confrontarci per aggiudicarci le risorse naturali del pianeta e quindi veder prosperare la nostra civiltà, l'italianità.

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Creatività... TURF FEINZ "RIP Rich D" | YAK FILMS | ERK THA JERK | TURF DANCING in the RAIN | DANSE SOUS LA PLUIE

Leggi di carta contro l'informazione di bit / Punto Informatico, Guido Scorza

Leggi di carta contro l'informazione di bit

di G. Scorza - Impossibile riprodurre il prezioso distillato degli operatori tradizionali della informazione. Impossibile copiare, impossibile linkare e indicizzare. Non prima di aver negoziato con gli editori. Il DDL Butti

 

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Roma - "Il presente disegno di legge intende garantire la tutela della proprietà intellettuale dell'opera editoriale sia nelle forme tradizionali (carta stampata) sia nelle forme digitali (diffusione via internet). Le nuove tecnologie informatiche e di comunicazione, il diverso ruolo in cui si atteggiano le piattaforme che mediano tali contenuti informativi, le peculiarità di alcuni sistemi di distribuzione e di categorizzazione delle notizie (tra cui, in primis, i motori di ricerca) rendono, infatti, necessario ed improrogabile un intervento del legislatore. L'inosservanza dei diritti di utilizzazione economica dell'opera editoriale danneggia le imprese editrici i cui giornali, da prodotto di una complessa e costosa attività produttiva ed intellettuale, diventano oggetto di illecita riproduzione".
È questo l'incipit della Relazione con la quale il Sen. Alessio Butti (PdL) ha presentato al Senato un disegno di legge attraverso il quale intende vietare "l'utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto" in assenza di un apposito accordo tra chi intenda utilizzarli e le associazioni maggiormente rappresentative degli editori.

Dopo un periodo di relativa serenità nel rapporto tra Internet ed editori, il disegno di legge Butti suona come un'autentica ed inequivocabile dichiarazione di guerra indirizzata dal mondo dei vecchi giornali di carta a quello della Rete, degli aggregatori di news e persino dei motori di ricerca. Un ritorno al passato. Un disegno di legge che sembra uscito dalla penna di un uomo che non ha vissuto l'ultimo decennio, né seguito la rivoluzione del mondo dell'informazione che si sta consumando sotto gli occhi di tutti.
Le leggi di carta contro la rivoluzione digitale.

Ci si potrebbe fermare qui e lasciare che ciascuno si formi la propria idea, semplicemente leggendo la relazione di accompagnamento al DDL Butti e l'unico articolo che lo compone. Ma il tema è tanto delicato e complesso che val la pena di andare con ordine e provare a leggere tra le righe della relazione di accompagnamento e del testo del disegno di legge per comprendere perché l'ultima iniziativa legislativa dei nemici del web è sbagliata, inopportuna ed inattuabile.
Cominciamo dal principio.

Il disegno di legge prevede che sia vietato "l'utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto".
Che significa, in Rete, "utilizzare" un articolo in qualsiasi forma e modo? Indicizzarlo? Richiamarlo attraverso un link in un post o in un altro articolo? Inserire il link in un elenco di fonti allo scopo di creare una "bibliografia" su un certo argomento?
La genericità dell'espressione cui si è fatto riferimento, in uno con il suo accostamento alla parola "riproduzione", con la conseguente necessità di attribuire alla prima un significato diverso dalla seconda, impongono di rispondere affermativamente a tutte le domande che precedono.
Nella relazione al disegno di legge, peraltro, si fa esplicito riferimento ai motori di ricerca, con la conseguenza di non lasciare dubbio alcuno sulla circostanza che, secondo gli estensori del DDL, anche l'indicizzazione andrebbe considerata una forma di "utilizzazione" degli articoli.

Ogni forma di utilizzo degli articoli di giornali e riviste pubblicati online, dunque, secondo il Sen. Butti e gli altri firmatari del disegno di legge, dovrebbe essere preclusa in assenza di apposita autorizzazione. Ciò, almeno, ogni qualvolta l'utilizzo avvenisse "allo scopo di trarne profitto". Al riguardo sembra tuttavia opportuno ricordare che il concetto di "profitto" è tanto ampio da indurre a ritenere che il relativo scopo debba essere considerato sussistente ogniqualvolta si raccolga pubblicità sulle pagine web attraverso le quali vengono "utilizzati" - nell'accezione di cui sopra - articoli pubblicati online su giornali o riviste.

Letta così - ed è davvero difficile leggerla diversamente - la norma lascia spazio solo a due possibili scenari, entrambi anacronistici ed inattuabili. La nascita di una rete - da scriversi rigorosamente con la "r" minuscola - nella Rete, dedicata alla sola informazione veicolata attraverso i giornali e le riviste (inutile indagare sul significato di queste espressioni nel 2010) di tipo sostanzialmente autoreferenziale, perché nessuna altra fonte di informazione in Rete ne "utilizzerebbe" - nel senso ampio, caro al Sen. Butti - il contenuto. O, viceversa, l'esigenza generalizzata della più parte degli attuali operatori dell'informazione (cioè dai gestori dei motori di ricerca, a quelli degli aggregatori di news, sino ad arrivare alla blogosfera) di perfezionare accordi con le associazioni di categoria degli editori di giornali.
Difficile scegliere quale dei due scenari sia peggiore.
Ma andiamo avanti.

La disposizione che il DDL Butti mira ad introdurre - ironia della sorte proprio nel Capo V della legge sul diritto d'autore relativo alle "eccezioni e limitazioni" ai diritti degli autori - non tiene in alcun conto delle altre libere utilizzazioni accordate ai fruitori di articoli da diverse disposizioni della stessa legge sul diritto d'autore. L'art. 70, ad esempio, prevede che "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".
Anche tale libera utilizzazione rischia di rimanere travolta da un'iniziativa legislativa che appare dettata dall'unica finalità di proteggere e rimpinguare il portafoglio dei soliti noti dell'editoria di un tempo, ovvero, nella più parte dei casi, di quei soggetti ai quali l'attuale disciplina già accorda centinaia di milioni di euro l'anno di provvidenze.

La delicatezza e complessità della questione impone di esser chiari per evitare ogni equivoco che potrebbe avere per effetto quello di acuire una dialettica ed un confronto che, negli anni, ha spesso trasceso il limite dell'accettabile: nessuno propone o suggerisce di lasciare l'editoria - specie online - alla mercé dell'altrui cannibalizzazione o di disapplicare in Rete i principi alla base della legge sul diritto d'autore. Ma neppure può ipotizzarsi - come per contro accade con il DDL Butti - di riscrivere ex lege le dinamiche della circolazione dell'informazione online.

La principale ragione per la quale il DDL Butti non convince, tuttavia, è rappresentata proprio dalla filosofia che lo anima, filosofia che muove da un radicale ripensamento dell'equilibrio tra libertà di informazione e diritti patrimoniali dell'autore o, meglio, ormai, dell'editore. I firmatari del disegno di legge propongono infatti di posizionare l'asticella di tale equilibrio tutta spostata dalla parte degli editori ai quali, ultimi, toccherebbe la scelta di decidere se, quanto, a quali condizioni e con quali modalità l'informazione possa circolare.
All'indomani dell'eventuale approvazione del disegno di legge, pertanto, potremmo ritrovarci tutti più poveri in termini di libertà ad essere informati ed ad informare, solo per garantire, a pochi, di non diventare meno ricchi.

Non è questa - almeno a mio avviso - la posizione di equilibrio tratteggiata dal legislatore con la legge sul diritto d'autore.
Libertà di informazione, diritto di cronaca e di critica, assieme alla ricerca, l'educazione ed ad altri interessi, infatti, dovrebbero rappresentare un limite - o almeno un elemento di contemperamento - effettivo ai diritti patrimoniali degli editori anche nel contesto digitale.
Sin qui, le questioni di principio.

Quanto, poi, all'attuabilità del disegno tratteggiato nella recente iniziativa legislativa, non mi sembra difficile rendersi conto - e sorprende che la circostanza sia sfuggita ai proponenti - che l'idea di pretendere che chiunque, prima di utilizzare anche un singolo stralcio di articolo, debba raggiungere un accordo con le associazioni più rappresentative degli editori è a dir poco inverosimile.
L'ostinazione a perseguire tale strada, sotto il profilo pratico - ed anche a prescindere dagli aspetti economici - finirebbe con il determinare due conseguenze, egualmente non auspicabili: imbriglierebbe la circolazione delle informazioni in Rete nelle maglie della burocrazia, perché è ben difficile ipotizzare che un blogger concluda un accordo con un'associazione degli editori per citare o linkare qualche decina di articoli e, ad un tempo, consegnerebbe le chiavi dell'informazione in Rete a pochi soggetti ovvero agli editori tradizionali ed a quanti dispongono di struttura e risorse per negoziare e concludere accordi per "l'utilizzazione" di un articolo "in qualsiasi forma".
È davvero un peccato che mentre in Islanda ci si pone il problema di come rendere più libera l'informazione attraverso la Rete, in Italia si tenti, ogni strada, per sforzarsi di ricondurre il timone dell'informazione nelle mani dei soliti noti.
La sensazione è che si stia, davvero, perdendo una grande occasione.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it

 

 

7 tips for working securely from wireless hotspots

7 tips for working securely from wireless hotspots

Wireless hotspots are changing the way people work. These wireless local area networks (LANs) provide high speed Internet connection in public locations—as well as at home—and need nothing more than a mobile PC such as a laptop or notebook computer equipped with a wireless card.

In fact, hotspots are an everyday connection method for travelers and remote workers to browse the Internet, check their email, and even work on their corporate networks while away from the office.

Hotspots range from paid services, such as T-Mobile or Verizon Wireless, to public, free connections. Hot spots are everywhere, including:

But they all have one thing in common—they are all open networks that are vulnerable to security breaches. And that means it's up to you to protect the data on your PC. In this article, we cover a few tips to make working in public locations more secure.

Try to choose more secure connections

It's not always possible to choose your connection type—but when you can, opt for wireless networks that require a network security key or have some other form of security, such as a certificate. The information sent over these networks is encrypted, which can help protect your computer from unauthorized access. The security features of different networks appear along with the network name as your PC discovers them.


Make sure your firewall is activated

A firewall helps protect your mobile PC by preventing unauthorized users from gaining access to your computer through the Internet or a network. It acts as a barrier that checks all incoming information, and then either blocks the information or allows it to come through. All Microsoft Windows operating systems come with a firewall, and you can make sure it's turned on.

To activate the Windows Vista Firewall

To activate the Windows XP Firewall


Monitor your access points

Chances are that there are multiple wireless networks anywhere you're trying to connect. These connections are all access points, because they link into the wired system that gives you Internet access. So how do you make sure you're connecting to the right one? Simple—by configuring your PC to let you approve access points before you connect.

Configure Windows Vista Access Points

Configure Windows XP Access Points


Disable file and printer sharing

File and printer sharing is a feature that enables other computers on a network to access resources on your computer. When you are using your mobile PC in a hotspot, it's best to disable file and printer sharing—when it's enabled, it leaves your computer vulnerable to hackers. Remember, though, to turn this feature back on when you return to the office.

Disable file and printer sharing in Windows Vista

Disable file and printer sharing in Windows XP


Make your folders private

When the folders on your mobile PC are private, it's more difficult for hackers to access your files.

To make a folder private in Windows Vista

To make a folder private in Windows XP

Repeat the steps above for each folder that you want to make private.


Encrypt your files

You can protect your files further by encrypting them, which requires a password to open or modify them. Because you must perform this procedure on one file at a time, consider password-protecting only the files that you plan to use while working in a public place.


Consider completely removing sensitive data from your notebook PC

If you're working with extremely sensitive data, it might be worth taking it off your notebook PC altogether. Instead, save it on a corporate network share and access it only when necessary. This way, you have multiple safeguards in place.


A few simple precautions can help make working in public places more secure. And by selecting the best connections and adjusting settings, you can enjoy productive and safe work sessions no matter where you are.

 

  • Mauro Magnani's ReBlog's Space

    Condivisione di buoni prodotti della Rete.

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