Condivisione di buoni prodotti della Rete.
Le nuove tribù promuovono nuove infrastrutture di accesso alla Rete. L'innovazione la promuovono i Cittadini; siamo noi quelli che stiamo aspettando.
Prendi una “tag”, una parola chiave, intorno alla quale far crescere una conversazione interattiva insieme con un personaggio, uno stakeholder e rilanciala in rete. E affiancala a una videotag: un video-ritratto stilizzato dell’ospite, associato alla parola chiave a cui hai “fatto la punta”, per renderla più incisiva. Crea poi un gruppo di ascolto sul social network più frequentato per amplificare la discussione sulla tag prescelta. Poi “salva con nome”.
È proprio questo, Salva con Nome. Le parole chiave dell’innovazione il titolo del format della trasmissione – non solo televisiva, ma “crossmediale” – in onda su RaiNews24, pubblicata poi su YouTube e quindi sul blog RAI http://salvaconnome.blog.rainews24.it/. Una trasmissione, a cura di Carlo Infante e Roberto Mastroianni, che dal dicembre scorso ha aperto una finestra, più unica che rara, sulla cultura dell’innovazione. Padre dell’idea crossmediale, che espande, attraverso l’incontro dei media, il linguaggio del web 2.0, è Carlo Infante, libero docente di Performing media, da 20 anni impegnato nella sperimentazione di performances ludico–partecipative attraverso le nuove tecnologie della comunicazione. «E’ cross-media l’interazione che intorno ad una trasmissione che va in onda su un canale satellitare, solleciti l’utenza più disponibile a muoversi su più piattaforme, dal videosharing, al social network, al blog – spiega Infante. Insieme a “Salva con nome” a novembre abbiamo creato un gruppo d’ascolto su Facebook che da allora ha raccolto 658 membri, uno dei primi connessi ad una trasmissione televisiva e poi un blog su cui raccogliere le puntate pubblicate su YouTube e quindi aprirsi alla discussione». «L’intento del progetto è quello di dare respiro alla conversazione, caratteristica principale del web 2.0 - dice Infante -. A partire da quella che avviene nello studio televisivo, con chi porta conoscenze e competenze specifiche, a quella sviluppata nel blog e che, ora, pensando ad un’evoluzione del format sarebbe importante riportare in TV, per declinare un concetto preciso: affiancare alla società dei saperi la società dei pareri». Una trasmissione in “formato web 2.0” sui fenomeni di impatto sociale di Internet che parli “la lingua del cambiamento, attraverso parole nuove che sottendono “cose nuove”, perché «dobbiamo inventare azioni da svolgere nel web, antropizzandolo, portando la misura di una potenziale creatività sociale – chiarisce Infante –. Questo significa produrre cultura, cioè creare nuovi contesti sociali nella rete attraverso cui si sperimentano linguaggi, comportamenti creativi, strategie di interazione sociale, nuovi modelli economici, pensate solo al Peer to Peer. Ovvero quel baratto di file musicali che rappresenta un embrionale business etico». Il “libero docente” (come ama definirsi, rivendicando la sua natura di free lance anche nelle Università) di Performing Media che, dopo 16 anni di attività a Torino - anche se romano - ha lasciato in eredità all’associazione antimafia “Libera” il progetto del Performing media lab, un laboratorio sull’uso creativo dei nuovi media che ora ha sede in un bene confiscato alle mafie. Quello che, secondo Infante, è poi «l’uso più intelligente e strategico delle tecnologie del web» è quello che concerne “le pratiche collaborative, la partecipazione, l’auto-organizzazione nella prospettiva di un’innovazione territoriale”. «Il successo di Facebook – continua Infante –, ma prima ancora quello dei blog, dimostra quanto sia forte la spinta partecipativa, un’energia magari senza forma ma che se intercettata può esprimere straordinarie dinamiche di auto-organizzazione. Quel social network è un frullatore ma se ben gestito può far girare sia ottime idee sia ottime pratiche (come quelle attivate a Casale Monferrato, con i ragazzi delle scuole superiori, per i “civici assedi” al Castello o a Pordenone con i miei studenti dell’Università). Partiamo poi dall’assunto che è un peccato rilasciare tutta questa ricchezza sociale ad un social network estero. Ne vorrei di alcuni più agganciati al nostro territorio. In Italia, tra i diversi che frequento assiduamente c’è Netleft http://netleft.ning.com/, un’emblematica piattaforma di conversazione post-politica. Penso poi all’esperienza di comunanze.net http://www.comunanze.net/, nata nel Piceno, ispirandosi all’auto-organizzazione contadina per rilanciare nel web i principi “glocal” dell’azione locale nella connessione globale, proprio perché nei territori più piccoli è più importante definire le modalità politiche e poetiche dell’autorganizzazione».Il social network come autorganizzazione politica e sociale, dunque? «Sì. Se c’è una prerogativa del social networking è quella di far venir fuori le energie sociali, catalizzarle per dar vita a nuove forme d’iniziativa, anche immediate per chi è “always on”, sempre connesso e pronto a reagire al momento giusto. L’Italia ha il territorio con la maggiore e migliore biodiversità del mondo. E’ talmente variegato sia dal punto di vista geografico che antropologico per non parlare delle culture materiali, come quelle eno-gastronomiche. Questa è la nostra forza, non soltanto dal punto di vista dell’appeal turistico. Si tratta di imparare a gestire, nell’autonomia delle comunità e nella connettività dell’armonizzazione collaborativa, una rete che sappia valorizzare i territori. Ci sono già i format capaci di ottimizzare queste energie del nostro paese, uno di questi è il geoblog www.geoblog.it». Andando in rete, seguendo i link che rilancia Carlo Infante, è possibile scoprire che il primo geoblog, quello realizzato per le Olimpiadi di Torino 2006 fu progettato ben prima dell’avvento di googlemaps e realizzato con le fotografie aeree della città. Tornando a “Salva con Nome” è evidente come tutto questo approccio alla creatività sociale, sia la chiave per cogliere, nei vari focus, qualcosa che va ben oltre l’aspetto meramente tecnologico. «Si, è più antropologica che tecnologica la questione. Stiamo cambiando e i più giovani in modo ancora più radicale. E’ di un nuovo paradigma evolutivo che si tratta, è cambiata la chiave di violino davanti al pentagramma della società che evolve. E’ per questo motivo che si va così lenti nonostante l’accelerazione tecnologica in atto, in molti, troppi, frenano». Eppure anche la politica sta cambiando... «Il successo di Barack Obama dimostra che il web 2.0 con il suo impatto partecipativo funziona, eccome, può rifondare la politica. Nella videotag «Yes Web Can» http://salvaconnome.blog.rainews24.it/2009/04/01/videotag-yes-web-can/ rilancio questa opportunità. Ma in Italia è dura. E il problema non risiede solo a destra ma anche a sinistra, dove si è tradizionalmente asimmetrici: si vuole imporre schemi interpretativi sul mondo. Ma questo ormai sfugge, va più veloce delle analisi. È per questo che ha avuto successo Beppe Grillo, grazie all’utilizzo della rete dei “meet-up” ha spiazzato tutti, coniugando la rete in azioni pubbliche. Ed è per questo che lo invitai, nel 2005, a scrivere la prefazione del mio ultimo libro “Performing media 1.1. Politica e poetica delle reti». Qui si arriva al punto dolente, cioè il legame tra nuovi “tag” e politica. È per questo che la destra cerca di mettere il bavaglio ad Internet con un Ddl? «In teoria la libertà della rete dovrebbe essere in linea con un approccio liberista, si liberano opportunità, si de-regolamenta. In pratica quel sistema cristallizzato della politica di centro-destra è preoccupato del fatto che il web, con la sua autonomia, tende ad auto-organizzarsi senza regole precise e tanto meno conosciute, è fuori-legge, le anticipa di fatto. Per questo la rete è considerata una mina vagante da chi vorrebbe avere il controllo anche dei pareri. Non capiscono che è proprio da questo straordinario laboratorio antropologico e sociale che è il web, che potranno emergere le soluzioni per uscire da questa crisi strutturale di sistema».
20 giugno 2009
Grazie all'incalzare dell'attualità internazionale, come l'ultima vicenda relativa alle elezioni in Iran, il livello di consapevolezza del giornalista italiano, su strumenti potenti quanto nuovi come Twitter, sta facendo passi da gigante, pur nell'arretratezza che contraddistingue il nostro paese sotto questo punto di vista.Ne ho avuto prova oggi al dibattito su "Le nuove frontiere dell'informazione", promossa da Current e moderato dal sottoscritto. Ho cominciato chiedendo subito chi conosceva Twitter e chi ne aveva mai usato la funzione di ricerca. Nel primo caso ci son state più mani alzate del previsto, forse quasi la metà, e nel secondo caso solo alcune.Internet, il Web 2.0, blog e Twitter sono stati tirati in ballo come fonte da ascoltare, filtrare, verificare e rilanciare, così come le fonti ufficiali e non ufficiali con le quali i giornalisti sono abituati da sempre a fare i conti.Un livello di discussione probabilmente non rappresentativo del sentire medio della stampa italiana, ma voglio essere ottimista, considerando che Twitter è stato tirato in ballo anche da un editoriale non firmato sul Sole 24 Ore non più tardi di due giorni fa, a dimostrare come stia facendosi largo anche nelle redazioni dei giornali. Pochi certamente sono quelli che ne hanno compreso fino in fondo il funzionamento e la portata, visto che pochi lo usano oggi.Mi è piaciuto notare che il dibattito di questa mattina si inserisce in un dibattito internazionale, come l'intervista di Al Jazeera International che ripropongo a seguire, e che gli stessi temi saranno l'oggetto del mio prossimo pezzo per Nova della prossima settimana.
A map of the world, showing the most popular social networks by country, according to Alexa & Google Trends for Websites traffic data* (June 2009). Please share and help me to improve it with your comments !
Top 3 Social Networking Sites:
Some visible patterns to highlight:- Facebook has almost colonized Europe and it’s extending its domination with more than 200 millions users
- QQ, leader in China, is the largest social network of the world (300 millions active accounts)
- MySpace lost its leadership everywhere (except in Guam)
- V Kontakte is the most popular in Russian territories
- Orkut is strong in India and Brazil
- Hi5 is still leading in Peru, Colombia, Ecuador and other scattered countries such as Portugal, Mongolia, Romania
- Odnoklassniki is strong in some former territories of the Soviet Union
- Maktoob is the most important Arab community/portalOther country specific social networks:
- Iwiw in Hungary
- Nasza-klasa in Poland
- Cyworld in South Korea
- Friendster in Philippines
- Hyves in Netherlands
- Lidé in Czech Republic
- Mixi in Japan
- One in Lithuania
- Draugiem in Latvia
- Wretch in Taiwan
- Zing in Vietnam
-->[Riproduco qui un pezzo scritto per Nòva di giovedi 18 perchè vorrei sottolinearne le conclusioni e raccogliere le vostre opinioni sul futuro dei social network]
Oggi la navigazione in Rete, anche quella di base, passa necessariamente per l’utilizzo di piattaforme di social network. Secondo la definizione data da Boyd-Ellison si possono definire social network quei servizi web che permettono: la creazione di un profilo pubblico o semi-pubblico all’interno di un sistema vincolato, l’articolazione di una lista di contatti, la possibilità di scorrere la lista di amici dei propri contatti.
Il primo sito con queste caratteristiche può essere rintracciato in SixDegrees.com, lanciato nel lontano 1997, ma è solo cinque anni dopo che il temine social network iniziò a diventare di uso comune grazie al successo di Friendster. Col tempo i suoi utenti, scontenti delle scelte di governance, iniziarono a promuovere la migrazione a MySpace, acquisito nel 2005 da Murdoch. Bisognerà attendere altri due anni per assistere all’ascesa di un degno sfidante: Facebook.Ma qual è la situazione attuale ? Quali sono i social network più utilizzati nelle varie nazioni del mondo ?
Per comprenderlo ho condotto un’analisi, confrontando i dati di traffico delle maggiori reti sociali online, risultanti dai motori Alexa e Google Trends for Websites, con un ulteriore controllo basato sui risultati di ComScore. Di conseguenza per ogni nazione ho determinato il social network predominante e ho provveduto a visualizzare il tutto su una mappa, utilizzando il servizio web Many Eyes.La prima cosa che salta all’occhio rispetto al passato è l’estensione del primato di Facebook in un maggior numero di nazioni, anche laddove fino a qualche mese fa MySpace provava ad opporre resistenza, ad esempio negli Stati Uniti.
Anche la vecchia Europa sembrerebbe in procinto di cedere al fascino della creatura di Mark Zuckerberg, pur se resistono alcune enclave come Hi5 in Portogallo e Romania, Nasza-klasa in Polonia, Hyves nei Paesi Bassi, Iwiw in Ungaria. Più arduo risulta attraversare la cortina di ferro dove sono consolidati servizi locali come V Kontakte e Odnoklassniki, o scalzare Maktoob da alcuni paesi arabi e Orkut, di proprietà di Google, dal Brasile e dall’India.A differenza di quanto si possa pensare e pur avendo da poco superato la soglia dei 200 milioni di iscritti, Facebook non è però il social network più popolato del mondo; questo primato spetta infatti al cinese QQ, che, nato come servizio di instant messaging, può vantare oltre 300 milioni di utenti e un solido business model basato sulla compravendita di oggetti virtuali.
Nel nostro paese ormai Facebook è la destinazione più raggiunta, dopo Google, e in termini di utenza non ha rivali, avendo conquistato oltre 9.600.000 italiani, corrispondenti al 43% degli utilizzatori di Internet. Pur avendo raggiunto una fase di plateau, come lascia supporre la serie storica, il distacco dai suoi inseguitori, Netlog, Badoo e Windows Live Spaces, sembra difficilmente colmabile.Azzardare previsioni sui prossimi sviluppi di questo Risiko dei social network non è facile, perché ha a che fare con le specificità culturali e le interazioni sociali degli utilizzatori, tuttavia è possibile evidenziare alcuni elementi critici di successo che ne influenzeranno le dinamiche.
In futuro le reti sociali come servizio web specifico saranno sempre meno riconoscibili perché si scioglieranno nelle molteplici esperienze della nostra esistenza, dallo shopping alla visione di una trasmissione TV.
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In tale contesto risulterà critica la risoluzione di problemi di semplicità dell’accesso, di verifica dell’identità e di portabilità del proprio “grafo sociale”.
Nel contempo i player dovranno capire come monetizzare i propri servizi, adottando business model (advertising puro o misto con vendita di beni virtuali, micro-pagamenti, ecc…), che rispettino l’ambiente sociale e preservino la privacy degli utenti.
Insomma una cosa è certa: il successo non potrà prescindere dalla capacità di costruire una relazione di fiducia con i propri utenti, che non li escluda dai processi evolutivi della piattaforma.- La mappa dei social network nel mondo
- Social network: gli italiani preferiscono MySpace e Badoo
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In light of the recent events in Iran, we want to share a story from an Iranian-American colleague about his experiences using Facebook and his perspective on how much has changed in the past decade.
I woke up Saturday morning to a surge of activity in my News Feed about the events unfolding in Iran. I had heard that President Mahmoud Ahmadinejad had been re-elected, but I had no idea how the people of Iran were reacting to the outcome. I soon realized the enormity of what was happening, and how dramatically the flow of information had changed in Iran, my country of ancestry. Through a constant stream of videos, photos, status updates and notes from my friends in Iran and around the world, I soon learned of the reaction to the election news. Thousands of Iranians were taking to the streets in demonstrations all over the country, and the people were disputing the results and demanding a new vote. Four days later, I was marching with nearly 150 students and protesters at Stanford University in a protest that I learned about through my friends on Facebook. It was just one of the many ways that people around the world were showing solidarity and staying connected with the events in Iran, despite reports of a crackdown on media and Internet blocks. I soon saw requests from Iranians on Facebook for us to share our pictures from these demonstrations worldwide. While facing great danger in their own country for protesting, Iranians wanted to see that they weren't alone and that the story of their struggle was reaching people everywhere. This wasn't always the case. Almost 10 years ago, as an American college student of Iranian descent, I struggled to spread the message of my student counterparts in Iran. In July of 1999, student-led protests erupted for six days in response to the government closure of a reformist newspaper. They ended in violent arrests and even loss of life. Like today, there were reports of information being restricted from coming in or out of Iran. Back then, even in countries with freedom of speech and press, information didn't spread without access to major media outlets. My friends went so far as to chase down a television crew to raise awareness about what was happening. Those communication barriers are breaking down now, with the growth of the Internet and all of the new tools for creating content and instantly spreading information. As soon as my Iranian friends share an update about what's happening in their country, their friends are amplifying their voice by sharing it outside of the country to their friends, who then can spread it even further. In one instance, a friend who had received updates from her family members still living in Iran captured their first-hand account in a Facebook Note. It expressed the range of emotions the family felt about the violent crackdown in that country -- fear, animosity and a desire for the truth to be told. People are even re-posting first-aid instructions on Facebook, giving Iranians access to this basic information in Persian. The hard evidence of the government reaction is everywhere with status updates and photos documenting the Iranian struggle.I can't help but think of how events may have unfolded differently if we had access to tools like Facebook back in 1999. I'm proud to be a part of a company that is enabling people to make their voice heard, but I am even prouder of the courage of all of the people in Iran overcoming danger to share their experiences and stand up for what they believe.
Navid works on the Information Technology team at Facebook and hopes for freedom in Iran.
I came across a good guide to social marketing that you might find interesting. It’s called “Social Marketing Playbook,” and the folks at 360i wrote it. You can read and download it here
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1 Response to “La mappa su Nòva - ipotesi sul futuro dei social network”
Già nell’estate del 2008 durante la tavola rotonda organizzata dall’Aspen Institute Communications and Society Program (ne ho parlato in un post qualche tempo fa) si sottolineava l’esigenza, anche a proposito del cloud computing, di una open identity network supportata da un una gestione completa, sicura e protetta dei dati e gestita da agenti automatici della propria identità sul Web; i dati che comporranno la nostra identità online dovrebbero avere granularità molto fine, per permetterci di comporre le identità minime necessarie per ogni attività sul web (account, transizioni ecc.) e di non dover divulgare più dati di quelli necessari in un dato contesto.
A questa esigenza si contrappongono le esigenze degli Stati, soprattutto di quelli autoritari, di impedire questa la realizzazione di questa rete aperta ma sicura.