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Contributed by Mauro Magnani
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LOS ANGELES (19 agosto) - «Il film perfetto per un appuntamento romantico». Così Michael Moore ha definito Capitalismo: una storia d'amore (Capitalism: a love story), l'ultimo film documentario dell'autore di Bowling a Columbine, Sicko e Fahrenheit 9/11, che questa volta punta il dito sul sistema economico americano. «C'è tutto: lussuria, passione, romanticismo e 14 mila posti di lavoro persi ogni giorno. È un amore proibito, uno di quelli dei quali non osi neppure pronunciare il nome senza soffrire. Comunque diciamolo questo nome: è il capitalismo». Il film, sarà presentato in concorso a Venezia, per poi arrivare nelle sale americane il 2 ottobre, in contemporanea con l'uscita in Italia, distribuito da Mikado. «Un anno e un giorno dopo l'approvazione, da parte del Senato americano, del piano di salvataggio di Wall Street per 700 milioni di dollari». In effetti il film, storia d'amore proibito a parte, avrebbe potuto intitolarsi "Bailout", perchè punta il dito sulle misure governative per salvare l'economia in crisi. «Gli americani hanno già dato 700 milioni a Wall Street e 25 miliardi all'industria automobilistica - commenta Moore - quello che mi chiedo è: siamo sicuri di voler dare tutto quel denaro alla gente che non ha saputo gestire le proprie società e la nostra economia?». Michael Moore, come sempre nei suoi film offre occasioni di dibattito e denuncia. Punta il dito verso le grandi società soprattutto, colpevoli di fagocitare la parte più sana del sistema, quello delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi: «Nel film parlo di un documento segreto che le grandi compagnie hanno siglato per creare un sistema per cui solo l'1% della popolazione rimarrà ricco. Voglio farlo sapere a tutti, perchè è un problema tremendo. E spero che Major come la Paramount non mi finanzino più dopo Capitalismo, vorrà dire che costituisco davvero una minaccia al loro potere». Lo scopo di Moore è cercare di portare alla luce le speculazioni che hanno portato al fallimento del sistema: «La crisi finanziaria sta mangiando posti su posti di lavoro. Solo nel Michigan, lo stato dove sono nato, la disoccupazione è salita al 20%. Io porto sullo schermo il tracollo che ha colpito gli States e il resto del mondo». Intanto Moore ha annunciato, fra il serio e il faceto, che questo potrebbe essere l'ultimo suo documentario: «Ora sto lavorando a due diverse sceneggiature, una è una commedia, l'altro un mystery». Probabilmente lo saranno tanto quanto Capitalism è una storia d'amore, ma a Moore piace giocare con l'ironia e le parole. Quando Capitalism uscirà nelle sale, Moore festeggerà anche il ventesimo anniversario di Roger & Me il suo primo film, che raccontava la crisi dell'industria automobilistica a Flint, sua città natale, di cui il filmaker registrò a poco a poco la morte, non solo industriale ma anche civile e sociale, e che pian piano si è propagata per tutto lo stato del Michigan, sino a colpire Detroit, la capitale dell'industria dell'auto. «Era uno stato ricco, il Michigan. Aveva solo tre prigioni. Dopo la chiusura delle fabbriche della GM, fino alla crisi odierna, siamo arrivati a 40 penitenziari e tutti i carcerati hanno una cosa in comune: la povertà».