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Contributed by Mauro Magnani
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biennale 2009_ partecipazioni nazionali
Padiglione ItaliaSi scrive del Padiglione nostrano con gli stessi toni coi quali si commenta una tragedia annunciata. Con l’aggravante che, per semplificarsi il lavoro, a volte si liquida il tutto con un fin troppo semplice sarcasmo. E se si provasse a osservare e descrivere le opere esposte?...
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pubblicato mercoledì 1 luglio 2009
Alla luce di quello che potrebbe apparire una sorta di revisionismo pittorico, è quasi d’obbligo sentenziare che la pittura del Padiglione Italia è troppa e troppo mal scelta; che in questo settore l’allestimento risulta pesante; che Montesano avrebbe potuto concentrarsi su un unico, prezioso lavoro, anziché disperdersi nello sforzo di allestire a tutti i costi. Stesso discorso vale per il maestro Chia, troppo poco ancorato a se stesso.
Inutile anche dire che avremmo voluto vedere qualcosa di maggiormente “inedito” dal talentuoso Galliano e che un po’ di rammarico per il contesto espositivo sopraggiunge nell’osservare lo sforzo di Cingolani e il magniloquente lavoro di Verlato che, a dispetto di tutto, sa stupire i visitatori meno esigenti.
Detto ciò, varcando la soglia dello spazio conquistato in quest’edizione si potrebbe cercare di porsi nell’ottica dei curatori, che hanno più volte ribadito la loro volontà di affrancarsi dalla tendenza alla consuetudine di un padiglione sobrio e omogeneo, indicando nel rifiuto all’unitarietà, vista come falsa e imposta, una tendenza post-modernista che privilegia una pluralità di stili e situazioni espositive.
Obiettivamente, si è bombardati da una visione d’insieme piuttosto complessa. A volerla smontare, seguendone virtuali linee-guida, si rimane stupefatti dalla singolarità e dal valore di alcune tra le opere proposte. L’imponente struttura di Silvio Wolf troneggia con aura mistica e illumina di raggi misteriosi la lunga parete incastonata da una miriade d’inquietanti, piccole sculture in ceramica a opera di Bertozzi & Casoni, il cui spessore è indubbio. Così come assolutamente imprescindibili sono le sculture di Aron Demetz, fortemente penalizzate nella posizione, in cui la figura umana appare angosciante e sinistra, a tratti in fase di decomposizione avanzata, grazie alla stessa linfa naturale dell’albero; un connubio vitale su quale prevale il gelo della morte.
Risulta interessante anche il noto lavoro di Giacomo Costa, mentre le grandi foto di Matteo Basilè sono talmente stra-ordinarie nella loro nitidezza e sublimazione estetica, raffinatezza formale e scelta dei soggetti, da riuscire a calamitare ogni sguardo in quella che sembra una competizione di spazi conquistati.
A questo proposito, ci si aspettava pannelli di maggiori dimensioni da parte di Elisa Sighicelli, visto quanto era stato annunciato, mentre le sue foto sono forse l’opera più danneggiata dal contesto allestitivo; il video, diversamente, una volta trovato dalla parte opposta del padiglione, crea suggestioni, in una riflessione profonda sul ritorno della materia all’energia iniziale.
Berruti si avvale della struggente melodia di Paolo Conte, e non delude, anche se il video mantiene un ritmo che non si uniforma alla colonna sonora. Le tenere immagini conquistano l’attenzione dei visitatori stranieri, meno abituati al linguaggio dell’artista piemontese.
Si conclude con l’opera che ha raccolto più consensi da parte degli addetti ai lavori:il video dei Masbedo emerge vincente in quest’odissea. Schegge d’incanto in fondo al dubbio è una prova magistrale del duo milanese, nel quale un impianto tecnologico e cinematografico di altissimo livello sorregge una composizione narrativa di grande pathos epico e formale. Il tormento dell’uomo causato dalla vanitas, la conseguente perdita di un ancoraggio e la tragedia imminente si sovrappongono all’immagine salvifica della donna e ai valori della domus.