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Jan Fabre
Venezia, Spazio ThetisUna dissezione a opera di Jan Fabre. I piedi, il sesso, la pancia, il cuore, il cervello. Tra orrorifico e immaginifico, i meccanismi del corpo come metafora dell’esistenza. In cinque installazioni e una serie di disegni...
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pubblicato martedì 14 luglio 2009
Ambigua messinscena del corpo umano in cinque atti: così può esser definito l’intervento monumentale di Jan Fabre (Anversa, 1958) alla 53. Biennale. Cinque tableaux sculturali autobiografici per un artista alla continua ricerca di sé, che concepisce i meccanismi del corpo come metafora dell’esistenza.
Realizzata per la Kunsthaus di Bregenz nel 2008, l’installazione occupa cinque spazi, che scandiscono altrettante simboliche parti del corpo. I piedi, Il sesso, La pancia, Il cuore, Il cervello, in origine pensati verticalmente, all’Arsenale Novissimo si dilatano in senso orizzontale, suddivisi in due settori.
Tra sogno e realtà, orrorifico e immaginifico, l’artista concretizza un’opera d’arte totale che parte dai piedi per giungere al cervello, attraverso un complesso intervento allegorico che si concentra sul proprio corpo.
Ha la parvenza di una tomba monolitica lo studio-rifugio in cemento che ostenta cervelli galleggianti nella formaldeide, fra teste di agnelli sacrificali che scendono dal soffitto. Così come le gambe di materia grigia nella sala delle sette vasche da bagno, metafora di purificazione.
Aree di passaggio per giungere al culmine: la stanza segreta che obbliga a restare fuori. Dai piedi, come radici che sostengono il resto del corpo, al sesso come forza della potenzialità creativa, nell’installazione La fontana del mondo. Un cumulo di lapidi, incise con nomi d’insetti, a simboleggiare artisti e letterati, accoglie il corpo-fantoccio dell’artista con un’erezione permanente e che, di tanto in tanto, eiacula.
Conclude il ciclo del primo settore La pancia, pretesto per denunciare la crudeltà e la tragedia umana. Un’impalcatura ricoperta da centinaia di migliaia di tegumenti di scarabei delimita lo spazio teatrale, spezzato dal cadavere di un uomo africano che mostra i segni della colonizzazione e da un barocco lampadario piantato al suolo.
Il percorso procede al capannone 109, dove due altari di ossa e teschi in vetro di Murano - memori dei cumuli delle catacombe parigine - ospitano due cuori ricavati da ossa umane, che nel titolo auspicano un’esistenza migliore: Il futuro cuore compassionevole per uomini e donne.
Dal cuore al cervello per l’installazione più monumentale e visionaria. Sulla testa scorticata di un gigante, dissotterrata e circondata da trincee, si erge l’artista in veste di lillipuziano, intento a scavarne la materia grigia. Per appropriarsi della forza creativa, scaturita dal sesso ma elaborata dal cervello.
Un’opera d’arte totale dove, nella dissezione del corpo, l’artista concentra i suoi codici espressivi, dal blu della penna Bic - metafora del passaggio dalla notte al giorno - all’interesse morboso per gli insetti e i processi metamorfici, fino alla restaurazione dei valori perduti. Che incarna la sua ossessione per l’autoriflessione e che, tra piacere estetico e repulsione, riesce a catapultare dall’oscurità dei meandri della psiche alla luce dell’intelletto “razionale”.
Tra spettacolarizzazione e provocazione, alla ricerca della bellezza. Anche laddove non è contemplata.
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