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    Codice Azuni, noi la pensiamo così | Lo Spazio della Politica

    06 ago
    Codice Azuni, noi la pensiamo così
    di Matteo Scurati       sezione: Economia ed innovazione
    brunetta-midj

    Vittorio Zambardino e Stefano Quintarelli, partendo da posizioni opposte, hanno avviato una discussione proficua rispetto l’iniziativa del Ministro Brunetta, il Codice Azuni. Dal canto mio, alcune premesse e qualche considerazione.
    1. La rete non è un maremagnum privo di alcuna regolamentazione. Esistono reati già configurabili e perseguibili per azioni commesse sul web e non vorrei che l’immagine del mare aperto – da cui, con forte capacità suggestiva, incalza il Ministro Brunetta – rappresentasse più un falso mito che un problema reale. D’altro canto, data per assodata la necessità di una governance della rete (ma su questo punto torneremo), è certamente auspicabile una metodologia di lavoro bottom up, ma è lecito chiedersi cosa rappresenti l’up al quale tendere: un organo di controllo sovranazionale (ma con quali poteri)? Un meccanismo di accentramento statale (qual è il senso del termine stato se riferito alla rete)?

    2. Più probabilmente, nulla è dato realmente per assodato: cosa significa governance in rete? Siamo certi di quel di cui stiamo parlando? E perché non si analizza un modello come quello del RFC prima di proseguire? Questo è il punto: l’iniziativa del Codice Azuni rappresenta un’innovazione reale o è solo la scoperta dell’acqua calda in un mondo – quello della rete – che già segue percorsi diversi?

    3. Perché regolamentare il web? Ripeto: a tutt’oggi già esistono delitti perseguibili per azioni commesse in rete. Ed allora, da cosa deriva la smania di porre un controllo a quel che è nato essenzialmente come un incrocio libero di espressione? La mia proposta: ribaltiamo il punto di vista. Non servono regole, né – per parafrasare Quintarelli – servono pompieri professionisti in grado di spegnere i roghi qualora nascano. Quel che serve è una consapevolezza del web che passa da pratiche d’uso intelligenti e curiose. La visione del mondo che sta alla base della proposta del Codice Azuni è questa: c’è una classe, nella scuola, indisciplinata, dove gli alunni fanno un po’ quello che pare a loro. È vero: accade che qualcuno manifesti una spiccata genialità (e magari inizi anche a guadagnare e a far guadagnare), ma sempre di ragazzacci si tratta. Addestriamo una nuova generazione di insegnanti capaci di tenerli a bada. Col che si riconosce la necessità di un nuovo linguaggio per educare i pargoli, ma si continua a pensare la rete come un problema e non un opportunità.

    4. Seppure con la precisazione del Ministro:

    (“Come descritto nei documenti, l’obiettivo dell’iniziativa non è fare nuove norme ma costruire una tassonomia dei problemi percepiti e delle opportunita che offre la rete e successivamente una mappatura delle relative best practices mondiali.”)

    l’impressione che resta è ancora quella di una chiacchiera legata alla rete, un parlare di un fenomeno che non si conosce. Ma nella logica invertita alla quale dovremmo aderire, la rete non si discute, si fa. L’innovazione, in altri termini, è possibile solo sul campo e se da un lato non si può pensare di conoscere la mappa della rete senza prima averla frequentata per davvero, dall’altro non ha senso seguire modelli di best practices mondiali, pena l’essere condannati, come Ruggero nel castello di Atlante dell’Orlando furioso, a rincorrere l’immagine del web come vorremmo che fosse mentre la realtà corre da sé e altrove.

    5. Ma questo è il punto: fintantoché guarderemo al web dai bunker della presunta realtà fisica, un po’ allarmati e già con il fucile in mano – è ovvio – vedremo sempre e solo problemi; né più né meno come qualunque realtà sociale. D’altronde, anche l’immigrazione è fonte di criminalità (e certo non di sviluppo). Ma se alla rete guardiamo come una possibilità, cambia anche la nostra relazione con essa. Capire è lecito e necessario, ma mai come nella rete la comprensione può darsi se e solo se nella rete ci si muove. Pensare alla rete significa comprendere le dinamiche di reputation che la animano e intuire come – con costi infinitamente più bassi di qualunque azione intrapresa fino ad oggi – si possano costruire pratiche positive. Costruire, non imitare o inseguire. Di esempi ne è pieno il mondo, ma i due progetti dei nostri amici Linnea Passaler (con pazienti.org) e Raffaele Mauro (con sosteniamo.it) dimostrano nel loro piccolo come sia possibile portare un contributo positivo reale all’interno dello sviluppo di una società. Il tutto attraverso il web.

    6. Esistono forme di utilizzo improprie sul web? Che queste vengano punite, ma se restiamo alla posizione per cui Facebook è quel posto dove ogni tanto qualcuno si inventa i gruppi “uccidiamo Berlusconi” o “mandiamo a lavorare in miniera Bersani”, allora di internet abbiamo compreso poco o nulla. Realizziamo progetti, abitiamo in maniera sensata la rete, continuiamo a costruire un luogo che metta l’accountability al centro delle relazioni. L’idea secondo la quale, fatte le leggi Internet diventerà finalmente un posto civile è malata e ingenua. Meno grave, ma sempre ingenua, la posizione che vorrebbe mappare la rete senza averla mai davvero frequentata.

    via lospaziodellapolitica.com

     

    • 6 August 2010
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