“Il Giornale” dimentica i commenti indecorosi sulla sua bacheca facebook
Se si guarda la pagliuzza altrui
senza accorgersi della propria trave
di Fabio Chiusi
Guarda la pagliuzza nella bacheca altrui per non vedere la trave che sta sulla propria. Aggiornare il detto popolare ai tempi del social networking è forse il modo più incisivo per riassumere l'operazione messa in atto dal Giornale. Che stamane riporta alcuni commenti indecorosi scritti sulla pagina Facebook di Repubblica dimenticando di menzionare tutte le volte in cui sono apparsi sulla propria.
E allora rinfreschiamo noi la memoria a Andrea Cuomo, autore del pezzo in questione. Prima però il contesto: si parla delle disperate condizioni di salute di Francesco Cossiga. Stamane, forse dopo aver scartabellato tra i blog che - fosse per via Negri - sarebbero soggetti a insensati obblighi di rettifica, filtri preventivi e quant'altro, ma che sono stati abbastanza affidabili da fornire qualche assist contro il "nemico", il giornalista scrive che mentre il Presidente Emerito della Repubblica lotta tra la vita e la morte i fan di Repubblica sono impegnati a preparare lo champagne. Non certo per la lieta evenienza in cui dovesse ristabilirsi. E giù a snocciolare i commenti: "Ma magari more", "è campato pure troppo" e deliri simili. Un'ondata di odio che investe decine di persone, e un fenomeno su cui riflettere. Ma a fondo, senza banalizzare.
Oppure omettere. Ad esempio, di ricordare che affianco ai tanti inviti a morte c'erano altrettanti lettori scandalizzati, inorriditi da quelle parole. Che, a poche ore di distanza dalla pubblicazione su alcuni blog piuttosto seguiti, Daw in primis, i gestori della pagina hanno provveduto a rimuovere quei contenuti. E che, in ogni caso, l'odio nei confronti di Cossiga non era certo limitato a quel piccolo spazio. Molti altri in Rete hanno ospitato commenti simili. Su Facebook, ma anche su siti come quello del Fatto Quotidiano, dove tuttora il moribondo viene definito "un maiale che ha sguazzato sempre nel trogolo e ora sembra arrivato alla fine del suo grufolamento", un "delinquente golpista e assassino" a cui sarebbe giusto infliggere una "agonia lunga lunga". Che non merita rispetto, ma deve soffrire "come il cane rognoso che è" e che andrebbe "decapitato in punto di morte" in segno di disprezzo. Ma di tutto questo non ci si accorge, perché la notizia c'è già, il titolo è in pagina.
E qui arriva la rinfrescata alla memoria di cui si diceva. Il Giornale, tanto solerte nel ricordare le posizioni estreme di alcuni lettori di quotidiani che - giova ricordarlo - ne hanno centinaia di migliaia, è altrettanto solerte nel dimenticare ciò che accadde quando, poco più di un mese fa, pubblicò sulla sua pagina Facebook la notizia del fotomontaggio che ritraeva Saviano morto su un lettino di obitorio. Allora in molti esclamarono "peccato sia finta". Aggiungendo diversi deliri sul giovane scrittore come uno "che ha imparato a sfruttare la camorra", che "pur di apparire e di guadagnare si venderebbe la mamma" e che dunque dovrebbe "affogare coi suoi miliardi". I gestori della pagina furono perfino costretti a prendere pubblicamente le distanze - forse sempre per colpa di qualche blogger curiosone - e cancellare tutto. Eppure nessun titolo, nessuna notizia del tipo "i fan del Giornale uccidono Saviano".
Un caso isolato? Niente affatto. All'indomani della notizia che in Argentina i matrimoni gay sarebbero stati legali è sempre Facebook a rivelare la indole "tollerante" di alcuni lettori del quotidiano di Feltri: "meglio camminare con le spalle al muro", sai mai che "'sti froci" facciano sembrare tutto questo "normale". E pensare che "la distruzione del genere umano passa anche attraverso la legalizzazione delle coppie pederaste". Più mille altri insulti. E ancora: ricordate i terremotati scesi in piazza e manganellati dalla polizia? Ecco: sono "gentaglia indegna di esistere", a cui andrebbe dato "un bel calcio in culo". Se ne vadano a cercare un lavoro "se mai ne hanno avuto uno". Insomma: "i parassiti devono sparire". Sì, stanno parlando di chi ha subito una tragedia devastante come il terremoto.
Tutto questo significa forse che un torto lava l'altro? No, questo è il giochino a somma zero di chi agita la critica del moralismo e del doppiopesismo per fare moralismo e doppiopesismo, e per nascondere i propri torti con quelli degli altri. Le cose sono purtroppo più complicate di così. Non è vero che perché si odia a destra e a sinistra allora non c'è odio: semmai è vero il contrario, e cioè che i continui muro contro muro hanno insegnato a una parte della popolazione a odiare. A considerare gli amici sempre nel giusto, qualunque cosa facciano, e i nemici sempre nell'errore, e in modo irredimibile. I primi esseri umani, i secondi bestie. E a dimenticare che un giudizio politico, quando si spinge oltre il rispetto della sofferenza altrui, diventa barbarie. "Chi semina odio, riceve odio", ha scritto qualcuno in Rete. Forse è su commenti come questi che bisognerebbe scrivere, e riflettere. Anche in via Negri, anche facendo un mea culpa.
11 agosto 2010