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    Governo del fare, che cosa resta? - Corriere della Sera

     IL RISCHIO DI RIPETERE L’ESPERIENZA DI PRODI

    Governo del fare, che cosa resta?

    I numeri sembrano dare ragione a Fini e torto a Berlusconi. Con un gruppo parlamentare di più di 30 deputati, più numeroso del previsto, il presidente della Camera è ora in grado, plausibilmente, di ridurre l’(ex) fortissimo governo Berlusconi nelle condizioni in cui si trovava il precedente, fin dall’origine debolissimo, governo Prodi: una maggioranza troppo risicata, margini di manovra troppo stretti, una navigazione parlamentare disseminata di ostacoli. Tanto più che Fini, pur promettendo formalmente una sorta di «appoggio esterno» al governo, ha messo in chiaro che intende tenersi le mani libere sui temi che contano, dalla «legalità» (leggi: intercettazioni e riforma della giustizia) alle questioni che toccano l’unità nazionale (leggi: federalismo fiscale). In queste condizioni, che cosa resterà, nei prossimi mesi, di quel «governo del fare » che Berlusconi aveva promesso ai suoi elettori? E, inoltre, sarà disponibile Bossi a mantenere il sostegno a un governo che risultasse privo della forza necessaria per attuare il federalismo fiscale?

    E non è solo una questione di numeri parlamentari. Ci sono anche i tanti effetti collaterali della fine del Popolo della Libertà nella sua versione originaria. È l’intero sistema politico che viene rimesso in moto, con conseguenze imprevedibili. È da vedere se Berlusconi avrà la forza per predisporre argini sufficientemente alti a difesa del governo. La principale conseguenza «sistemica» della rottura fra Berlusconi e Fini potrebbe essere quella di ridare rapidamente peso politico e importanza a un «luogo», per lungo tempo messo da parte, anche se mai spazzato via del tutto, dal sistema bipolare: il centro. Vediamo perché. Con la fine del Popolo della Libertà suonano le campane a morto anche per il Partito democratico. Le due aggregazioni nemiche si sorreggevano a vicenda. La fine dell’una annuncia la fine dell’altra. Il Partito democratico, del resto, era ormai sfibrato da troppe sconfitte e da troppe risse interne. Adesso che il Popolo della Libertà si è diviso, non c’è più alcun collante che possa tenerlo insieme. Il segretario del Pd, Bersani, lo sa. Per questo avrebbe bisogno (ma difficilmente la otterrà) di una immediata crisi di governo che lo rimetta in gioco. Salgono le azioni di Casini (corteggiatissimo da Berlusconi) e dell’Udc. E il «centro» può diventare una calamita capace di attirare molti potenziali transfughi del Pd. È possibile che in tempi rapidi, qualche mese al massimo, il centro, ossia l’area parlamentare che sta in mezzo fra Berlusconi e la sinistra, diventi piuttosto affollato. Anche perché l’avvenuto indebolimento parlamentare del governo apre per quest’area spazi fino a ieri insperati di manovra e di negoziazione. Chi scrive pensa che, pur con tutti i difetti manifestati, il sistema bipolare sia il più utile per il Paese. L’attuale legge elettorale premia le coalizioni contrapposte ma le leggi elettorali difficilmente resistono a cambiamenti troppo radicali degli equilibri politici.

    Nei prossimi mesi ci saranno due aspetti da tenere d’occhio. Si tratterà di capire, in primo luogo, se Berlusconi potrà ancora attingere a una qualche riserva di risorse che gli consenta di governare il Paese pur nelle mutate condizioni. Si tratterà, in secondo luogo, di valutare le conseguenze sistemiche della rottura fra Berlusconi e Fini. Bisognerà cioè capire se questo divorzio risulterà, alla fine, un episodio importante ma dagli effetti circoscritti oppure, come sembra più plausibile, il punto di avvio di una valanga destinata a investire e, forse, a travolgere l’intero sistema politico.

    Angelo Panebianco
    31 luglio 2010

    via corriere.it

     

    • 31 July 2010
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