MAURO MAGNANI's ReBlog

Le nuove tribù promuovono nuove infrastrutture di accesso alla Rete. L'innovazione la promuovono i Cittadini; siamo noi quelli che stiamo aspettando.

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    Il discorso integrale di Gianfranco Fini a Mirabello il 05.09.2010

    Il discorso integrale di Gianfranco Fini a Mirabello il 05.09.2010.

    Care amiche e cari amici di Mirabello, ogni volta che ho avuto modo di
    prendere la parola in questo piccolo paese che mi è caro per tante
    ragioni, ogni volta, ho sempre provato una certa emozione. Per ragioni
    note, perché qui affondano le radici di una parte della mia famiglia,
    perché qui anni fa un uomo certamente capace di guardare avanti,
    indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione. E credo
    che la presenza qui di un uomo come Mirko Tremaglia sia la più bella
    dimostrazione di quella idea e continuità. Mirabello come luogo - per
    tanti di noi - delle emozioni, che nel corso del tempo, dall’Msi ad
    An, si sono rinnovate. Qui la destra italiana ha vissuto dei momenti
    importanti. Qui, con Pinuccio Tatarella, annunciammo An. Qui,
    preconizzammo quell’ulteriore svolta che portò al Pdl. Ma, tutte le
    volte, credetemi, l’emozione è quella di ieri. Ma credo che mai nel
    mio cuore ci sia stata un’emozione  forte come quella che provo ora.
    Questa festa del 2010, appuntamento rilevante per l’intera politica
    italiana, non solo per il Pdl. Mirabello è per un giorno la capitale
    della politica italiana. E credo, caro Vittorio Lodi, che questo sia
    il regalo più bello che ti possiamo fare: un appuntamento per la
    politica nazionale. Un ringraziamento sincero a Vittorio, a tutti gli
    uomini e le donne che ci hanno raggiunto da tutto il paese. È la
    dimostrazione di un popolo che è qui perché non precettato, ma sente
    il profondo desiderio di partecipare, di ritrovare l’impegno politico,
    all’insegna di alcuni valori. Un popolo di uomini e donne che si
    ritrova. Spero che questa piazza che mi dà forza, e vi ringrazio, in
    questa fase di difficoltà possa esser l’occasione da parte mia per
    dare un contributo di chiarezza su quello che è accaduto e su quello
    che accadrà. Che cosa è accaduto in questo periodo estivo? Non lo si
    capisce se non si va indietro al 29 luglio. Quando l’ufficio politico
    del Pdl, dopo una riunione durata un  paio d’ore, in mia assenza, mi
    ha di fatto estromesso dal partito, che io ho contribuito a fondare in
    rappresentanza della destra italiana. Al termine di questa riunione è
    stato approvato un documento in cui è scritto che la nostra linea
    politica era un continuo stillicidio, spesso in sintonia con
    l’opposizione e i temi della sinistra, e partecipe - questa fa ridere
    – con l’azione delle procure. Per cui Fini non sarebbe stato coerente
    con i principi del Pdl. E quindi, per fare chiarezza non c’è stata
    alcuna fuoriuscita, nessun tipo di scissione, nessun atteggiamento
    teso a demolire. Di fatto, un atto profondamente illiberale che nulla
    ha a che spartire con il pluralismo proprio di un partito liberale. Un
    atto, non ho difficoltà a dirlo, che forse è stato ispirato da quel
    libro nero del comunismo che ci fu regalato al congresso di An, un
    atto in perfetto stile stalinista. Quel documento fu una brutale
    aggressione al dissenso, teso ad annullare ogni tipo di diversità. E
    allora ragioniamo, chiediamoci. In quello che è stato definito
    “partito dell’amore” è possibile fare delle critiche? Da parte mia ci
    sono state, abbiamo fatto anche proposte. È possibile dire, ad
    esempio, che a fronte di un governo che per certi aspetti ha ben fatto
    contro la crisi, forse si potevano modulare in modo diverso quei tagli
    lineari alla spesa che hanno determinato due clamorose proteste. Mi ha
    ferito, ad esempio, quando a Venezia ho visto le forze di polizia
    manifestare il proprio dissenso.

    Credo che meriti rispetto ogni dirigente, ogni cittadino colpito da
    quei tagli che non andavano fatti, e penso anche ai tagli ai fondi
    alla scuola, causa della protesta dei precari che ancora non sanno se
    fra qualche  giorno avranno la cattedra. Non è una critica
    demolitoria. Allora, è lecito avanzare critiche, esprimere dubbi? Come
    quelli nei confronti del federalismo fiscale, non in sé ma per come
    viene attuato. Il federalismo fiscale è una grande occasione per
    l’Italia, certo, ma in alcuni momenti è apparso che così non fosse. Lo
    so che sono prospettive non condivise da tutti. Ma io le ho avanzate
    consapevolmente. Per esempio, quando si parla di lotta
    all’immigrazione clandestina si deve parlare anche di integrazione
    dell’immigrato onesto. E ancora, il garantismo è un principio
    sacrosanto, ma mai e poi mai può essere considerato una sorta di
    impunità permanente: garanzia dell’imputato, certo, ma i processi si
    devono svolgere. Tutto questo è eresia, è disfattismo? È stillicidio
    polemico ribadire che la magistratura è un caposaldo della democrazia?
    Non si può a causa di qualche mela marcia contestare quello che rimane
    un presidio della nostra Repubblica. È uno stillicidio dire che noi
    siamo un grande partito nazionale, e che proprio perché deve avere a
    cuore tutti, da Vipiteno a Lampedusa, non può appiattirsi su un
    alleato come la Lega che ha dimensione locale? Perché accontentare un
    migliaio di produttori di latte che sforavano le loro quote solo per
    compiacere Bossi a scapito di tanti agricoltori onesti? Il Pdl doveva
    essere un grande partito nazionale, un grande partito occidentale. Con
    valori di riferimento precisi: libertà, rispetto e dignità della
    persona umana. E se non fossi stato espulso dal Pdl avrei detto quello
    che dico adesso: quello di Gheddafi a Roma, un personaggio che non ha
    nulla da insegnarci, è stato uno spettacolo indecoroso. Da ex ministro
    degli Esteri conosco le ragioni della realpolitik, posso anche
    arrivare a dire che ci possa essere una quota di realpolitik in una
    logica di interessi nazionali. Ma questo non può portare a una sorta
    di genuflessione. E allora, continuando, è possibile dire all’interno
    del Pdl, come ho detto in passato, che c’è un preciso dovere per chi
    ha responsabilità istituzionali, quello di rispettare le altre
    istituzioni? Quando il premier chiede che gli venga riconosciuto il
    rispetto dovuto, lui deve riconoscerlo agli altri, in primis al capo
    dello Stato che rappresenta la Costituzione. E si deve rispettare il
    Parlamento, che non è una dependance dell’esecutivo. E non lo dico da
    presidente della Camera, ma perché devono essere equilibrati i poteri.
    È stillicidio dire che governare è una nobile e ardua impresa ma non
    può mai significare comandare? Sì, perché governare significa
    comprendere le ragioni di tutti e garantire equilibrio. E sempre per
    essere chiari: era stillicidio, provocazione, boicottaggio, ribadire
    che il Pdl doveva essere la garanzia di portare a termine grandi
    riforme economiche e istituzionali? È vero, la crisi è stata un
    ostacolo. Ma perché non si parla più di una grande riforma per far
    nascere l’alba di una nuova repubblica? Non avevamo concepito il Pdl
    per mantenere l’esistente, ma come forza di vero e autentico
    cambiamento.

    E, ancora, è stata dimostrazione di preconcetta ostilità ribadire che
    in questa fase di crisi - in cui è ancora più indispensabile l’impegno
    per una politica con più attenzione al sociale – promuovere la
    rivoluzione del merito che deve diventare non un impegno elettorale,
    ma un atto politico conseguito giorno per giorno per privilegiare chi
    è più capace. E ritengo di avere diritto di porre alla mia comunità
    politica anche quesiti scomodi e questo non credo meriti il gesto
    infastidito di chi li dice incompatibili con l’atteggiamento politico.
    Il presidente del Consiglio, lo dico senza ironia, ha tanti meriti, ma
    anche qualche difetto: innanzitutto quello di non capire che in una
    democrazia non può esserci eresia. Gli siamo tutti grati per quello
    che ha fatto nel ’94, per aver battuto la cosiddetta macchina da
    guerra, ma la gratitudine non implica che non possa esistere il
    confronto, che i distinguo debbano essere accusati di lesa maestà:
    perché non siamo un popolo di sudditi. Io gli ho contestato la sua
    attitudine a confondere la leadership con quello che è l’atteggiamento
    di un proprietario di azienda. Proprio perché il Pdl ha aperto
    orizzonti di grandi speranze, non può essere derubricato a contorno
    del leader, ma deve essere una fucina di idee, un polmone che respira
    e dà ossigeno all’intera nazione. Rivendicare la possibilità di
    esprimere opinioni non è boicottaggio ma democrazia interna,
    fisiologia di un partito di massa, non teatrino della politica. È
    possibile che la sola volta in cui si sia riunita la direzione del Pdl
    abbia segnato il momento di avvio del processo che ha portato al 29 di
    luglio? Giorno che considero lesivo non della mia persona, ma di un
    grande partito che è il Pdl e si fonda sulla democrazia.

    Continuare in questa dialettica interna non significa tradire gli
    elettori perché ci sono tanti, tanti elettori del Pdl autenticamente
    moderati che non si accontentano dell’affermazione “siamo il partito
    dei moderati”. Ci sono per davvero tanti elettori del Pdl convinti che
    la ragione prima della politica sia garantire l’interesse generale,
    della polis, l’interesse nazionale, non l’interesse di una parte. C’è
    gente che non capisce perché il Pdl anziché lavorare per unire, lavori
    per dividere, per alzare gli steccati, per determinare scontri.
    Ecco il Pdl autenticamente nazionale. Certo, questi elettori del Pdl
    sono in molti casi donne e uomini che hanno votato Alleanza nazionale,
    ma non solo. Sono elettrici ed elettori di altre tradizioni politiche.
    E ne abbiamo avuto la riprova dopo l’espulsione, quando si sono
    costituiti i gruppi di Futuro e libertà. Si sono uniti uomini e donne
    che non avevano avuto niente a che fare con quella tradizione
    politica.
    Il ringraziamento che voglio fare è a quei parlamentari che non erano
    mai stati a Mirabello. Fli non è An in sedicesimo. Chi lo pensa non ha
    capito assolutamente nulla. Qui c’è il tentativo difficile ma doveroso
    di non disperdere quel sogno. Dobbiamo dare risposte alle tante donne
    e ai tanti uomini che nemmeno leggono più le pagine della politica,
    che nutrono fastidio per telegiornali e giornali che sembrano essere
    fotocopie. Nel Paese sta crescendo il distacco nei confronti della
    politica. Fli, come punto di riferimento di tanti elettori che nelle
    ultime elezioni magari si sono astenuti o che nelle prossime
    amministrative, senza un’alternativa, si asterrebbero. Sono elettori
    che ci dicono di andare avanti, di cercare di difendere non solo le
    nostre buone ragioni ma i principi originari, più autentici del Pdl,
    che ci chiedono di dar vita a una buona politica, che è l’unico
    antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. Quando tante
    persone perdono fiducia nella politica è la vigilia di momenti che
    possono essere più problematici. Il Pdl, come lo avevamo concepito e
    voluto, è finito il 29 luglio perché è venuta meno la volontà di dar
    vita a quel confronto di idee che è il sale della democrazia. Il Pdl
    non c’è più, ora c’è il partito del predellino. Per certi aspetti il
    Pdl è Forza Italia che si è allargata con qualche colonnello o
    capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a
    cambiarlo ancora. E il fatto che il Pdl non c’è più è la ragione per
    la quale è facile rispondere alla domanda: cosa accadrà? Ed è molto
    più facile rispondere se si ragiona, piuttosto che se ci si fa
    prendere dai desideri o dalle paure. Fli non può rientrare in ciò che
    non c’è più, non accadrà. Non si entra in ciò che non c’è più, si va
    avanti con le nostre idee, con il nostro impegno, con la nostra
    elaborazione politica. Non ci ritiriamo in convento né erriamo
    raminghi in attesa del perdono.
    I gruppi parlamentari non possono essere trattati - Berlusconi è un
    uomo di spirito e non se la prenderà - come se fossero dei clienti
    della Standa, che se cambiano il supermercato dove fino a quel momento
    si sono serviti ottengono poi il premio di fedeltà. I parlamentari che
    stanno con noi hanno voglia di far politica, di parlare con la gente.
    Si va avanti con le nostre idee, con le nostre proposte, si va avanti
    senza farci intimidire da quello che è stato definito il “metodo
    Boffo”, messo in campo nell’ultimo mese da alcuni giornali che
    dovrebbero essere il biglietto da visita del cosiddetto partito
    dell’amore. E se questo è l’andazzo, immaginate se non erano amorevoli
    cosa poteva succedere. Non ci facciamo intimidire perché di
    intimidazioni ne abbiamo vissute ben altre, in anni in cui i pericoli
    per la destra erano ben altri. Non ci facciamo intimidire da campagne
    paranoiche e patetiche. Paranoiche perché indecenti, e patetiche
    perché non si rendono conto del disprezzo che gli sta montando
    attorno.
    Noi attendiamo fiduciosi i riscontri della magistratura, che dirà e
    stabilirà i responsabili di tanta volgarità, di tante menzogne e
    falsità. Altro che valori della libertà. È stato un atteggiamento
    infame, non perché rivolto alla mia persona, ma alla mia famiglia, ed
    è tipico degli infami. Si va avanti e lo si fa per tenere fede allo
    spirito delle origini, si va avanti per non tradire lo spirito del
    Pdl, si va avanti per evitare che il governo commetta altri errori, si
    va avanti – e se lo tolgono dalla testa - senza cambi di campo, senza
    ribaltoni e ribaltini, perché da questo punto di vista le polemiche
    sono indice dello scarso livello del comprendere. Si va avanti
    convinti, come siamo, della necessità di portare a termine il patto
    scritto con gli elettori, senza dimenticare parte del programma, senza
    inventare altre cose che poi diventano, a comando, emergenze. Si va
    avanti anche quando il presidente del Consiglio presenterà il patto
    dei cinque punti – la riforma della giustizia, il Mezzogiorno, il
    federalismo, il fisco e la sicurezza - è di tutta evidenza che i
    nostri capigruppo parleranno chiaro e forte e parleranno senza
    distinzioni tra falchi e colombe, perché a noi non interessa
    l’ornitologia.

    E i parlamentari di Futuro e libertà, se vogliono ridare dignità e
    spirito di attuazione a quello che era il progetto del Pdl, possono
    opporsi ai capisaldi del programma? E allora sosterremo da donne e
    uomini liberi questo programma. Ma credo che non possa essere negato,
    a noi come a nessun deputato o senatore della maggioranza, di chiedere
    come si declineranno questi obiettivi del programma. Con spirito
    costruttivo chiederemo come si vuole dare vita a questo programma. Fli
    non rema contro, ma rappresenta l’azione politica di chi vuol far
    camminare veloce il governo in modo proficuo ristabilendo anche un
    buon rapporto con la pubblica opinione (perché c’è qualche segnale di
    stanchezza, amici miei, sondaggi o non sondaggi). Cercheremo di dare
    vita a un patto di legislatura, dunque, per riempire di fatti concreti
    gli anni che ci separano da quando andremo a votare. È un “interesse
    nazionale”, e per questo riteniamo che sia avventurismo politico
    minacciare un giorno sì e l’altro pure le elezioni, magari per
    intimidirci e magari per regolare i conti con qualcuno. Governare è
    fatica, confidiamo nel senso di responsabilità di tutti, nessuno
    escluso. Perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un
    fallimento per tutti: per me, per Fli, per Berlusconi. E credo che ne
    sia cosciente, Berlusconi. Perché al di là di tante espressioni
    polemiche, quando si ottiene una fiducia talmente ampia e si ottiene
    una maggioranza parlamentare come mai era capitato nella storia della
    Repubblica, la prima cosa da fare non è mettere alla porta il dissenso
    o chi magari è antipatico, ma governare. Siamo certi che un patto di
    legislatura posa garantire la legislatura. E credo che ne siano
    consapevoli anche Bossi e la Lega. Bossi capisce gli umori della
    gente, è un leader popolare. Abbiamo polemizzato spesso, è vero. Solo
    chi non conosce la storia, oltre che la geografia può pensare che la
    Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha
    alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l’ironia e lo scetticismo
    di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che
    determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha
    dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è
    nell’interesse di tutta l’Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il
    nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome
    dell’interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella
    commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo
    fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora,
    discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa
    federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce
    al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si
    stabiliscano i costi standard.

    Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso
    federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard
    delle regioni, perché nessuno può obiettare il fatto che i costi in
    Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno
    difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni
    si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei
    parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere
    dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo.
    Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all’altezza di una
    ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana,
    che non deve essere solo ricostruzione degli eventi storici, ma
    occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune
    regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di
    tutti. L’Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma
    anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione
    per accorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la
    Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo
    o che si affaccia nel Mediterraneo. L’Italia ha il dovere di
    confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri
    paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non
    sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza.

    Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si
    pigliavano gli applausi relativo all'abolizione delle province? Che
    fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la
    privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che
    in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la
    Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più
    soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell'interesse di tutti, della
    Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo
    e pragmatismo metterà da parte l'ostracismo, anche perché non ci
    fermiamo. È inutile che dicano “facciano quello che vogliono”, perché
    lo faremo. Non servono a nulla gli ultimatum anche perché non ci
    spaventano. Silvio Berlusconi ha il sacrosanto diritto di governare,
    perché è stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori e non ho
    alcuna difficoltà a dire che pensare a scorciatoie giudiziarie per
    toglierlo di mezzo, rappresenterebbero un tradimento del volere
    democratico. Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo
    impedimento. Siamo convintissimi che occorra risolvere la questione
    relativa al diritto che Berlusconi ha di governare senza che vi sia
    l'interferenza di segmenti iperpoliticizzati della magistratura che
    vogliono metterlo in fuorigioco. Affidarsi al dottor Stranamore - che
    è l'onorevole Ghedini - è incomprensibile. La soluzione non si trova
    mai e il problema si acuisce. Non va fatta una legge ad personam che
    danneggi parte della società, ma una legge a tutela del capo del
    governo, del capo dello Stato che esiste in molti paesi d'Europa.

     Il che non vuol dire impunità, non vuol dire cancellare i processi,
    ma la sospensione degli stessi. E dobbiamo farlo cercando di avere in
    mente che alcune riforme sono giuste: come si fa a essere contrari al
    processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a
    proposito che l’Ue ci ha condannati più volte per la loro eccessiva
    durata, spesso occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa
    inaccettabile è il rischio che, nel momento in cui tante vittime
    aspettano di sapere il destino del processo, poi rimangano con un
    pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i
    cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la
    magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il
    Parlamento. E allora discutiamo in Parlamento, di come garantire a
    Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più
    responsabili dell’opposizione: una dimostrazione su questo punto l’ha
    data Casini. Discutiamo anche delle proposte che derivano
    dall’opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe le
    straccino subito. E penso anche alle proposte avanzate da giuristi
    come Pecorella, Consolo e dall’attuale vicepresidente del Csm, Vietti.
    Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però
    un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura. È
    un impegno gravoso, difficile, che comunque dobbiamo portare avanti.
    Se la sovranità appartiene al popolo, la sovranità si esprime in tanti
    modi. Qui vogliamo rilanciare una proposta, una di quelle per le quali
    dicono: “Fini dice cose che lo avvicinano alla sinistra”. La sovranità
    popolare significa anche che la gente ha il diritto di scegliere i
    propri rappresentanti. Se la sovranità è popolare credo che la gente
    abbia il diritto di scegliere anche questo. Federalismo e giustizia:
    sono grandi questioni, ma non possono essere i soli temi del
    dibattito. Perché l’attenzione degli italiani non è rivolta solo alla
    giustizia: oggi tanti italiani sono  preoccupati per le condizioni
    economiche.

    Gli italiani, al nord come al sud, sono preoccupati per le condizioni
    economiche e sociali e per il lavoro: non è propaganda, né demagogia,
    né “fare il verso” all’opposizione. Sono i problemi delle famiglie.
    Fli deve fare tutto per affiancare ai due temi del federalismo e della
    giustizia gli altri  temi che davvero interessano i cittadini. Teniamo
    presente quello che hanno detto il capo dello Stato, le imprese, i
    lavoratori. Possibile che nei cinque punti non ci sia nulla per far
    ripartire l’economia e renderla competitiva? C’è un’Italia
    preoccupata. E Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma non
    può essere ottimismo solo verbale, deve diventare azione concreta.
    Perché, fermata la crisi (e il nostro governo ha operato bene in
    questo senso), oggi dobbiamo far ripartire l’economia. Non possiamo
    accontentarci che le entrate siano garanzia dell’economia. Serve il
    coraggio politico di ridare vita a quelle riforme che erano nel
    programma originale del Pdl e di cui non sento parlare: per esempio,
    il superamento dei due miti fasulli del Novecento, la lotta di classe
    e il mercatismo. È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a
    nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di
    ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in
    occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è
    una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le
    esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno
    meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è
    diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il
    superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in
    produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i
    giacimenti culturali valgono più - nella globalizzazione - dei
    giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la
    coperta è corta. Sarebbe facile dire “il governo tiri fuori le
    risorse”. Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c’è
    un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò
    che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto
    per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla
    delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere
    chi vuole nelle condizioni di investire e di poterlo fare.

    Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programma del Pdl.
    Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il “ghe pensi
    mi”, vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro
    allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
    È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare
    con il ministro dell’Economia. Ed è chiaro che serve una politica
    capace di liberalizzazioni, una politica che riesca a dare vita al
    patto generazionale. Perché credo ci sia un altro grande campo in cui
    un governo di centrodestra che ha a cuore il governo nazionale non
    deve risparmiarsi: è il contesto giovanile, infatti non esiste
    genitore degno di questo nome che non sia disposto a fare un
    sacrificio personale per il futuro dei propri figli.
    La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i
    giovani ci sia un disoccupato su quattro. C’è chi contrabbanda la
    flessibilità, che è invece necessaria per l’economia e per le imprese,
    con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì
    molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono
    certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei
    contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il
    patto generazionale è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo
    a cuore il governo nazionale. Perché non è giusto che serva l’aiuto
    del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente
    ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che
    si sosteneva il nonno.

    Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando
    dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste
    settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci “provateci,
    non vi fermate, siamo con voi”. Credo che sia estremamente bello
    vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che
    vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro
    futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella
    condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la
    rivoluzione meritocratica? Preoccupiamoci delle condizioni sociali.
    Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che
    nell'ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli
    ultimi paesi in Europa. Ecco perché andrà avanti Futuro e libertà,
    perché sono servite le fondazioni che hanno riempito un vuoto. È
    doveroso chiedersi, visto che la società è profondamente cambiata, se
    la spesa sociale deve essere rivolta a quelle categorie
    tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella
    famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla
    trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente
    figli di una comunità. Serve un welfare delle opportunità per i
    giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella
    monoreddito. Oggi, il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò
    che era stato inserito nel programma di governo.

    Intervenire con politiche a sostegno delle famiglie vuol dire anche
    che se nei cinque punti c’è la riduzione del carico fiscale non
    possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l’onere di fare delle
    proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo, ad esempio, sul
    cosiddetto quoziente familiare, che faccia sì che chi ha a casa più
    figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri.
    Ed è necessario che di tutto ciò ne parliamo in Parlamento, e mi fa
    piacere che lo abbia fatto ad esempio il ministro Tremonti. E
    facciamolo cercando di coinvolgere anche le opposizioni, se hanno
    delle idee per capire anche se il concetto di interesse nazionale ha
    fatto breccia anche da quelle parti. Una maggiore giustizia sociale
    sta a cuore a tutti, un governo grande sa prendere una buona idea
    anche se viene dall’opposizione. Prendiamo a raccolta questa Italia
    che lavora. L’Italia che lavora, che poi equivale all’Italia onesta,
    che quando sente parlare di etica del dovere non ha l’atteggiamento di
    chi alza le spalle e dice: “È ragnatela del passato”. È l’etica che il
    padre insegna al figlio, e la politica deve sentire il dovere di
    praticarla.
    Il senso civico, il senso di appartenenza. Basta con questo egoismo
    diffuso, con questa Italia parcellizzata che non si fa più carico del
    disagio del vicino. Una politica nazionale non ha timore di parlare di
    legge come garanzia  per il più debole. Perché da che mondo a mondo si
    dice che “la legge è uguale per tutti” perché la garanzia serve ai più
    deboli, non ai più potenti, a chi riesce a piegarla ai suoi interessi.
    Questo è il centrodestra. Se crediamo in queste cose, non stanchiamoci
    di ringraziare chi fa il suo dovere per lo Stato: è gratitudine, è
    senso civico. Essere servitori dello Stato, nell’Italia che sogniamo,
    deve essere motivo d’onore. Non si può dire che “sono poveretti che
    non sanno che altro fare e allora decidono di entrare nelle forze
    dell’ordine”: significa servire il nostro popolo, la nostra patria. E
    ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni
    forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei
    furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità.
    Continuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo il decreto
    anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell’attenzione del
    Parlamento? Discutiamo sull’opportunità di stabilire un codice etico
    per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che
    no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Su questi temi e
    su altri, lavoriamo per unire non per dividere. Su queste questioni
    cerchiamo di dare vita a una politica che segni un salto di qualità.
    Gli italiani sono stanchi di questa perenne campagna elettorale che
    non finisce mai, di questo trionfo della propaganda, di questa ordalia
    quotidiana. Fli guarda a un futuro per unire, siamo convinti che su
    queste questioni, con un’azione politica che parta dal centrodestra si
    possano ritrovare anche altri. Gli italiani sono stanchi di muri e di
    risse, smettiamola con gli insulti, con gli appelli che cadono nel
    vuoto. Diamo vita a una politica che sia capace di uno scatto di
    orgoglio, di un colpo di reni, in nome di ciò che è giusto, non di ciò
    che è utile. Sapete, in molti mi hanno detto: “Chi te lo fa fare? Ma
    aspetta, sei più giovane!”. Ma io credo che se vogliamo ridare
    all’Italia quella passione che merita.
    Basta con l’utilitarismo, basta con il calcolo del farmacista, basta
    con il meglio attendere domani. Bisogna buttare il cuore oltre
    l’ostacolo, bisogna dare un senso alla politica e bisogna farlo nel
    nome delle nostre idee e della nostra concezione politica. Ricordando
    quello che avevamo nel cuore a 18-20 anni, quando nessuno di noi
    pensava all’ingresso in Parlamento o a cariche istituzionali e nessuno
    era mosso dall’utilitarismo, né c’era qualcuno che diceva: «Aspetta
    non ti conviene, sai è permaloso». Tenendo bene a mente, come ci
    piaceva dire da giovani, che se un uomo non è disposto a lottare per
    le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui
    come uomo. Allora, in nome di un centrodestra autenticamente liberale,
    nazionale, riformatore, sociale, europeo, avanti con Futuro e libertà
    per l’Italia!

    Tags » 05.09.2010 Gianfranco Fini MIRABELLO discorso integrale
    • 6 September 2010
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