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Note a margine di "Dilettanti.com" di ANDREW KEEN - De Agostini 2009
pubblicata da Natalino Bonazza il giorno venerdì 20 agosto 2010 alle ore 23.54
Da alcuni mesi, mentre esploro con interesse i social networks e imparo a riconoscerne possibiità, limiti, linguaggi e dinamiche relazionali, contestualmente allargo le mie letture di carattere informativo e critico.
Seguendo lo spunto dato da un'intervista all'autore, ho acquistato il seguente saggio, che si legge piacevolmente: Andrew Keen, Dilettanti.com, tradotto l'anno scorso in italiano dopo la seconda edizione in originale inglese del 2008 avente per titolo "The Cult of the Amateur". Mentre negli Stati Uniti, e non solo, ha suscitato un ampio dibattito, nel nostro paese - da quel che ne so - non sembra aver attirato grande attenzione dell'opinione pubblica. Da una rapida ricerca su internet pare che anche i bloggers nostrani si siano limitati a citarlo appena e tutt'al più a farne una recensione un po' tiepida. Il che un po' mi delude, sia per il calibro dell'autore, sia per il contenuto del libro, che dà uno scossone all'intero ambiente e lo sveglia dal ricorrente narcisismo.
Nella presente nota non troverete una recensione compiuta (se avrò occasione di elaborarla e pubblicarla nella rivista Marcianum, la posterò anche in rete), ma piuttosto un riassunto schematico e una riflessione conclusiva.
1. L'autore è una testa pensante e una persona responsabile. Ha il merito di aprire la discussione con schietta lucidità sulla realtà del web 2.0, troppe volte esaltata con illuministica ingenuità dal popolo digitale. Uno studioso che riferisce fatti con cognizione di causa (è stato tra i protagonisti degli esordi dela rivoluzione digitale) e individua le tendenze in atto con sano realismo. Al termine della prefazione leggiamo: "tutto ciò che, educatamente, domando ai miei lettori è di avvicinarsi a questo libro con la mente aperta di fronte ai benefici e ai problemi dei mezzi di comunicazione user-generated. Solo l'apertura mentale potrà dar vita a una discussione sulla rivoluzione digitale. E se così sarà, questi piccolo libro avrà ottenuto il suo scopo" (pag. 19).
2. Il contenuto, schematicamente. Dopo l'introduzione il libro presenta nove capitoli abilmente collegati. Nei primi due l'analisi critica di Keen mette a nudo le fragilità culturali, che stanno alla base del web 2.0, e ne desacralizza le pretese, svelando piuttosto gli enormi interessi che esso attira e produce a sua volta. Viene così tratteggiata la figura del "nobile dilettante" esaltata in nome della "democratizzazione". I capitoli seguenti percorrono i diversi ambiti in cui si verifica quanto indicato dal sottotitolo dell'edizione italiana: "come la rivoluzione del web. 20 sta uccidendo al nostra cultura e distruggendo la nostra economia". In tal senso sono a rischio il mondo dell'informazione, gli ambiti della produzione musicale, cinematografica e della creatività artistica in genere, l'etica condivisa con le conseguenze sociali, il compito educativo, le istituzioni che trasmettono sapere e producono ricerca e specificatamente i processi di apprendimento, per non dire della questione della privacy e della tutela delle persone...
3. "Broadcast yourself - Trasmetti te stesso" è il motto della democratizzazione, la quale "nonostante la sua suprema idealizzazione, sta mettendo in pericolo la verità, inasprendo il dibattito sociale e sminuendo la competenza, l'esperienza e il talento... Sta minacciando il futuro stesso delle nostre istituzioni culturali" (36). Oltre a You tube, in questa prospettiva viene letta anche Wikipedia, di cui opportunamente si delinea la genesi, lo sviluppo e la pretesa. Grandi interpreti, ma in definitiva vittime, di questa "grande seduzione", che ha dinamiche propagandistiche e diciamo pure ideologiche non irrilevanti, sono le giovani generazioni, che diventano abili a copiare ma non imparano nulla: ecco dove il tutto gratuito in nome della "partecipazione" e della "condivisione" lascia un pesante costo sociale per il futuro, che impoverirà la nostra cultura (cfr 46ss). Il fascino del motto "Tu! il consumatore come creatore", con cui il nobile dilettante viene consacrato nel suo ruolo, sembra essere alla radice della promessa ingannevole che muove la massa dei dati user-generated e svuota di consistenza l'autorialità e perciò l'affidabilità, che pur essendo prerogative di qualcuno rappresentano un valore per tutti.
4. Nel capitolo ottavo Keen mostra che esistono possibilità di soluzione, muovendo dalla domanda: "Come incanalare la rivoluzione del web 2.0 in modo costruttivo, facendo in modo che arrichisca la cultura, l'economia e i valori anziché metterli in crisi? Che fare per assicurarci che la nostra tradizione più preziosa - l'esaltazione della perizia e della conoscenza, l'incoraggiamento dell'attività creativa, il sostegno e il supporto ad un'economia dell'informazione affidabile e redditizia - non venga spazzata via dallo tsunami del 'culto del dilettante'?" (225). Oltre a riportare alcuni esempi Keen si sofferma su un punto, che a mio avviso rappresenta un criterio fondamentale: "la questione è ideologica, piuttosto che tecnologica e la risposta dipende in gran parte da noi" (231) e poco oltre "ancora una volta siamo noi, i consumatori, ad avere un ruolo preponderante in questa saga infinita" (235). L'appello insomma è rivolto alla ripresa della consapevolezza personale e della responsabilità sociale. In tal senso va l'esigenza di regolare il web 2.0 con leggi e normative adeguate che salvaguardino comportamenti in rete, a cominciare dai soggetti più influenzabili, quindi dai minori.
5. Il libro termina in modo un po' inconcluso (per l'ambito dell'influsso del web 2.0 sulla politica il panorama rappresentato precede ancora l'elezione di Obama) ma le linee di prospettiva sono ben tracciate. Proprio questo incedere "pragmatico" rende più aderente alla realtà e perciò più convincente la posizione di Keen, al confronto della quale la proposta del nobile dilettante e di chi lo idealizza, quasi come il bon sauvage di Rousseau, mostra la sua inconsistenza culturale.
Una riflessione finale. Questo è un libro per tutti, nel senso che il contenuto di questo libro, la posta in gioco messa in evidenza, vanno intesi in ordine al bene comune, poiché riguardano davvero tutti e soprattutto il futuro delle nuove generazioni, già vezzeggiate con l'appellativo di "nativi digitali". Al pensiero piuttosto che sono nel vuoto educativo occorre ammettere che c'è molto da fare, non solo superando "il parental divide", ma anche dando contenuti reali alla cosiddetta "cittadinanza digitale", perché tale espressione non si riduca alla fornitura di banda larga per tutti o wi-fi nelle città.
Occorre imparare da Keen anche la capacità di coniugare ordinatamente umanesimo e innovazione del web 2.0: abbiamo bisogno di autori come lui, intellettualmente onesti, informati e accorti nel giudizio culturale di merito. In sostanza abbiamo bisogno che ognuno faccia il mestiere che sa fare e che gli è dato di fare, a cominciare dalle teste pensanti e da chi ha ruoli decisionali a diversi livelli: economici, imprenditoriali, amministrativi e politici.
Chiudo qui una nota scritta a caldo e che spero di elaborare in recensione più avanti.