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    Quella strana compagnia del Manifesto d’ottobre - Europa

    Quella strana compagnia del Manifesto d’ottobre

    Da Milano sfida comune di intellettuali di destra e sinistra. Si chiude un’era
    «Del Manifesto d’ottobre non so niente e sinceramente non me ne frega granché». Se a parlare così è un intellettuale raffinato come l’ex direttore del Secolo d’Italia Gennaro Malgieri, se a parlare così è uno che nel corso della lunga militanza prima nel Msi e poi in An ha versato fiumi d’inchiostro per sostenere il rinnovamento della Nuova destra negli anni ottanta e oggi è parlamentare del Pdl, allora si coglie bene quali danni sulla cultura della destra italiana abbiano potuto provocare sedici lunghi anni di oppio berlusconiano.
    E dire che gli intellettuali che ieri pomeriggio al teatro Parenti di Milano hanno presentato il Manifesto d’ottobre, un appello politicamente e culturalmente trasversale «per un nuovo impegno politico-culturale» in fondo rilanciano temi che avevano fortemente caratterizzato quella Nuova destra che tentava di rompere la gabbia, per usare parole dello stesso Malgieri, «di un movimento chiuso in schemi corrosi dal tempo».
    A volte, in operazioni come quella del Manifesto d’ottobre, le primogeniture, le distanze, le antipatie e le gelosie tra gli intellettuali generano gelo o cortocircuiti altrimenti inspiegabili. Ma tant’è.
    A Milano la strana compagnia di intellettuali di destra e di sinistra ha fatto il suo debutto.
    Ce n’era una ventina dei sottoscrittori della prima ora del Manifesto nato da un’idea della filologa Monica Centanni, una delle teste d’uovo di FareFuturo, rispuntata in settembre a Mirabello. Due chiacchiere con Peppe Nanni, filosofo e figura ormai storica della destra milanese, oggi animatore del Forum delle idee, con Palma e i liberal-libertari della fondazione Libertiamo e il treno è partito. Una riunione di una trentina di intellettuali all’inizio di ottobre, poi il lavoro di un gruppo ristretto sul testo del Manifesto, sul quale sono arrivate dopo quelle di nomi di spicco della cultura di destra, via via, anche le adesioni di intellettuali di sinistra come il filosofo Giacomo Marramao piuttosto che il critico Maurizio Calvesi, fino al liberal-repubblicano filosofo della scienza Giulio Giorello.
    Già perché il Manifesto d’ottobre non è “caricaturizzabile” come un remake di quello dei futuristi di Filippo Tommaso Marinetti.
    Il senso dello sganassone a una società civile e intellettuale che sonnecchia nel Manifesto c’è: è uno sganassone metaforico, ma non meno sonoro di un marinettianissimo ceffone quando parla di «patto per la rinascita della res publica» e di un «patriottismo repubblicano», quando denuncia «la corruzione politica» e l’illegalità come «l’altra faccia del cinismo al potere», quando sferza una politica «senza visione né passione». Non sono «solo i partiti ad essere in crisi ma la politica stessa è in pericolo perché non ha più le parole né le ragioni per dirsi. Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno più presa sulla realtà».
    Sono già un centinaio, i sottoscrittori del Manifesto. Intellettuali, artisti, giornalisti. C’è anche qualche “irregolare” della politica, anche proveniente dal Pd, come Sarubbi piuttosto che la Concia. Da oggi le adesioni, dopo una prima fase di raccolta un po’ clandestina o meglio “carbonara” – per restare nel perimetro dei riferimenti culturali e politici del Manifesto – sono aperte. Il Rinascimento, la lezione di Machiavelli che arriva dall’esperienza della repubblica romana: «Un’idea positiva della competizione tra forze politiche come presidio della libertà». Una lezione che non casualmente Giulio Giorello ieri ha descritto come «transitata nel pensiero risorgimentale ». Per esempio quello di Carlo Cattaneo, «fatto di passione politica e di amore per la scienza e la modernità», uno dei tanti padri del Risorgimento italiano che fu rimosso nel dopoguerra, per cancellarne l’uso propagandistico da parte del fascismo, dalle opposte ma a tratti alleate culture dominanti: cattolica e comunista. Un quindicennio di berlusconismo e di leghismo ha fatto il resto, seppellendo quel Risorgimento che forse era l’unico vero tratto fondante di un’appartenenza condivisa a una comune idea di patria.
    Un Manifesto trasversale ora torna a cercare questa idea comune e chiede agli intellettuali di scendere in campo e di mobilitarsi per coinvolgere i cittadini. «Che rischio quando si istituzionalizza l’antipolitica», dice Palma.
    Di qui la ricerca di «una forma trasversale di convergenza non su singole proposte politiche, ma su un’idea di discussione politica», ragiona la Centanni.
    Le operazioni e l’avventura di Fli, in questa vicenda c’entrano solo in parte. Vero è che l’iniziativa parte da intellettuali vicini a Fini.
    «Ma noi abbiamo solo acceso il motore, ora facciamo un passo indietro», assicura Palma.
    Certo, se tutto questo oggi può avvenire è perché Fini, un giorno d’aprile, s’è alzato in piedi col dito alzato sotto Berlusconi e ha rotto l’incantesimo che imprigionava una parte della destra italiana. I cui intellettuali oggi rompono anche il recinto di Fini per alzare ancora di più la posta e andare oltre la politica dei partiti. Per provare a fondare un comune patriottismo repubblicano.
    Ci sarà tempo di parlare della convention di Fli a Perugia, del congresso del partito finiano a Milano il 27 gennaio. Quella di ieri è stata la pagina di un’altra storia: se avrà un futuro o resterà la velleità di una strana compagnia d’intellettuali nessuno può dirlo.
    Francesco Lo Sardo
    via europaquotidiano.it

     

    • 1 November 2010
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