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    Se la fabbrica di formaggini compra le delikatessen: ovvero il caso Facebook-Friendfeed - V. Zambardino / Repubblica

    Tu vedi come funziona la deformazione professionale. Che c’è in giro una grande agitazione e curiosità per l’acquisizione di Friendfeed da parte di Facebook, mentre io la considero una mossa quasi “naturale”. Finalmente qualcosa che chiunque, non solo gli specializzati e gli impallinati di tecnologia, possono capire. Purtroppo sono lontano dai miei attrezzi di scrittura consueti, quindi sarò schematico, ma possiamo schematizzare così:

    Delikatessen e supermercati. Facebook è ormai al di là di ogni punto di non ritorno. Ha più di 200 milioni (c’è chi dice 300) di utenti. E’ un “ambiente” che in certi momenti si sovrappone al web, come se sostituisse un mondo di libera navigazione solitaria e fortemente conoscitiva con una “città telematica”, molto caotica e affollata, ma sicuramente più facile da usare (ma sregolata da un autoritarismo privo di diritti). Abusato il paragone della 500 del web, forse una 126 direi, che però mette a disposizione di tutti, senza chieder loro una competenza aggiuntiva,  forme di comunicazione interattiva.

    Friendfeed è messaggistica stile twitter, una riga di pensieri e un link (o immagine o  video) allegato per rafforzare la propria segnalazione. E’ prediletto da un segmento di opinione pubblica tecnologicamente “colto”.  Facebook è massa, sorta di televisione generalista del web, Friendfeed un canale di culto. L’azienda che lavora per i supermercati ha comprato una catena di delikatessen. Cioè ha comprato una “demografia” che non possedeva, arricchendo così la sua proposta pubblicitaria di altro valore attrattivo. Ma non si tratta solo di questo.
    Tutti quei begli ingegneri di Google passati a Friendfeed…. Era pressocché obbligatorio che questa acquisizione ci fosse perché è in corso un risiko il cui punto critico è Google.  Solo se si vede il processo più generale che contrappone la forza tecnologica, industriale, di pubblico e di cultura che Google esercita sul web,  come il magnete cui altri tentano di sfuggire costruendo un altro polo, si comprende questo movimento naturale di acquisizioni che hanno poco di finanziario e molto di tecnologico e strategico.

    Si tolgono tessere a Google, ci si aggiudica i grandi tecnologi di Friendfeed, si punta a costituire il polo opposto alla grande G - che nell’azionariato di Facebook ci sia la Microsoft non è un mistero per nessuno.  Ha scritto Robert Scoble, uno che se ne intende: “Friendfeed diventa il laboratorio ricerca e sviluppo di Facebook”.  E in effetti non mi scandalizzerei se dentro Facebook apparissero articolate e avanzate funzioni di ricerche - magari in collaborazione con Microsoft.
    E cioè cosa significa tutto questo? Non è solo una gara tra colossi che vogliono spartirsi dei soldi. Non è un caso che una parte dell’opinione pubblica “tecnologica” soffra questo accordo. Parlo dei geek, di quelli che vedono la rete come un terreno sul quale nasce la forma dei media dell’immediato futuro. Almeno di “questi” media.  E oggi la forma significa inglobare la messaggistica veloce dentro un ambiente organico - la città telematica -, aiuta la comunicazione tra persone e aiuta i fatturati: la messaggistica veloce si fa anche con gli sms.

    Eppure la  differenza “estetica”, che contiene in sé culture anche politiche abbastanza diverse, è forte ed è il centro di questa dolenzia nella cultura elettronica.

    Una differenza che potrebbe, assai rozzamente, essere riassunta come differenza tra un web libero dove le nuove soluzioni sono la forma in cui si scrive la creatività umana e le logiche aziendali chiuse. Ma è  destino del web, a mano a mano che centinaia di milioni di persone prendono posto nel suo “mondo”, essere preso nella tenaglia di un conflitto che è economico e di modelli culturali. La prima “vittima” di questa guerra è l’illusione che la libera creatività, che nel web è una pratica di massa (per la quale qui si fa un tifo ragionato e ragionevole), possa sorreggere modelli economici che stanno fuori dal capitalismo come lo si conosce - tutto quel bel discorso del free contrapposto al fee.

    E’ la tirannide dell’economia rispetto alla cultura aperta, che sbugiarda ad ogni passo i teorici dello sviluppo armonico e felice. Non vedere che la logica del conflitto si è impadronita dello sviluppo della rete perché così non può non essere, è solo non voler vedere la realtà.

    via zambardino.blogautore.repubblica.it

    • 12 August 2009
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