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Care amiche e cari amici di Mirabello, ogni volta che ho avuto modo di
prendere la parola in questo piccolo paese che mi è caro per tante
ragioni, ogni volta, ho sempre provato una certa emozione. Per ragioni
note, perché qui affondano le radici di una parte della mia famiglia,
perché qui anni fa un uomo certamente capace di guardare avanti,
indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione. E credo
che la presenza qui di un uomo come Mirko Tremaglia sia la più bella
dimostrazione di quella idea e continuità. Mirabello come luogo - per
tanti di noi - delle emozioni, che nel corso del tempo, dall’Msi ad
An, si sono rinnovate. Qui la destra italiana ha vissuto dei momenti
importanti. Qui, con Pinuccio Tatarella, annunciammo An. Qui,
preconizzammo quell’ulteriore svolta che portò al Pdl. Ma, tutte le
volte, credetemi, l’emozione è quella di ieri. Ma credo che mai nel
mio cuore ci sia stata un’emozione forte come quella che provo ora.
Questa festa del 2010, appuntamento rilevante per l’intera politica
italiana, non solo per il Pdl. Mirabello è per un giorno la capitale
della politica italiana. E credo, caro Vittorio Lodi, che questo sia
il regalo più bello che ti possiamo fare: un appuntamento per la
politica nazionale. Un ringraziamento sincero a Vittorio, a tutti gli
uomini e le donne che ci hanno raggiunto da tutto il paese. È la
dimostrazione di un popolo che è qui perché non precettato, ma sente
il profondo desiderio di partecipare, di ritrovare l’impegno politico,
all’insegna di alcuni valori. Un popolo di uomini e donne che si
ritrova. Spero che questa piazza che mi dà forza, e vi ringrazio, in
questa fase di difficoltà possa esser l’occasione da parte mia per
dare un contributo di chiarezza su quello che è accaduto e su quello
che accadrà. Che cosa è accaduto in questo periodo estivo? Non lo si
capisce se non si va indietro al 29 luglio. Quando l’ufficio politico
del Pdl, dopo una riunione durata un paio d’ore, in mia assenza, mi
ha di fatto estromesso dal partito, che io ho contribuito a fondare in
rappresentanza della destra italiana. Al termine di questa riunione è
stato approvato un documento in cui è scritto che la nostra linea
politica era un continuo stillicidio, spesso in sintonia con
l’opposizione e i temi della sinistra, e partecipe - questa fa ridere
– con l’azione delle procure. Per cui Fini non sarebbe stato coerente
con i principi del Pdl. E quindi, per fare chiarezza non c’è stata
alcuna fuoriuscita, nessun tipo di scissione, nessun atteggiamento
teso a demolire. Di fatto, un atto profondamente illiberale che nulla
ha a che spartire con il pluralismo proprio di un partito liberale. Un
atto, non ho difficoltà a dirlo, che forse è stato ispirato da quel
libro nero del comunismo che ci fu regalato al congresso di An, un
atto in perfetto stile stalinista. Quel documento fu una brutale
aggressione al dissenso, teso ad annullare ogni tipo di diversità. E
allora ragioniamo, chiediamoci. In quello che è stato definito
“partito dell’amore” è possibile fare delle critiche? Da parte mia ci
sono state, abbiamo fatto anche proposte. È possibile dire, ad
esempio, che a fronte di un governo che per certi aspetti ha ben fatto
contro la crisi, forse si potevano modulare in modo diverso quei tagli
lineari alla spesa che hanno determinato due clamorose proteste. Mi ha
ferito, ad esempio, quando a Venezia ho visto le forze di polizia
manifestare il proprio dissenso. Credo che meriti rispetto ogni dirigente, ogni cittadino colpito da
quei tagli che non andavano fatti, e penso anche ai tagli ai fondi
alla scuola, causa della protesta dei precari che ancora non sanno se
fra qualche giorno avranno la cattedra. Non è una critica
demolitoria. Allora, è lecito avanzare critiche, esprimere dubbi? Come
quelli nei confronti del federalismo fiscale, non in sé ma per come
viene attuato. Il federalismo fiscale è una grande occasione per
l’Italia, certo, ma in alcuni momenti è apparso che così non fosse. Lo
so che sono prospettive non condivise da tutti. Ma io le ho avanzate
consapevolmente. Per esempio, quando si parla di lotta
all’immigrazione clandestina si deve parlare anche di integrazione
dell’immigrato onesto. E ancora, il garantismo è un principio
sacrosanto, ma mai e poi mai può essere considerato una sorta di
impunità permanente: garanzia dell’imputato, certo, ma i processi si
devono svolgere. Tutto questo è eresia, è disfattismo? È stillicidio
polemico ribadire che la magistratura è un caposaldo della democrazia?
Non si può a causa di qualche mela marcia contestare quello che rimane
un presidio della nostra Repubblica. È uno stillicidio dire che noi
siamo un grande partito nazionale, e che proprio perché deve avere a
cuore tutti, da Vipiteno a Lampedusa, non può appiattirsi su un
alleato come la Lega che ha dimensione locale? Perché accontentare un
migliaio di produttori di latte che sforavano le loro quote solo per
compiacere Bossi a scapito di tanti agricoltori onesti? Il Pdl doveva
essere un grande partito nazionale, un grande partito occidentale. Con
valori di riferimento precisi: libertà, rispetto e dignità della
persona umana. E se non fossi stato espulso dal Pdl avrei detto quello
che dico adesso: quello di Gheddafi a Roma, un personaggio che non ha
nulla da insegnarci, è stato uno spettacolo indecoroso. Da ex ministro
degli Esteri conosco le ragioni della realpolitik, posso anche
arrivare a dire che ci possa essere una quota di realpolitik in una
logica di interessi nazionali. Ma questo non può portare a una sorta
di genuflessione. E allora, continuando, è possibile dire all’interno
del Pdl, come ho detto in passato, che c’è un preciso dovere per chi
ha responsabilità istituzionali, quello di rispettare le altre
istituzioni? Quando il premier chiede che gli venga riconosciuto il
rispetto dovuto, lui deve riconoscerlo agli altri, in primis al capo
dello Stato che rappresenta la Costituzione. E si deve rispettare il
Parlamento, che non è una dependance dell’esecutivo. E non lo dico da
presidente della Camera, ma perché devono essere equilibrati i poteri.
È stillicidio dire che governare è una nobile e ardua impresa ma non
può mai significare comandare? Sì, perché governare significa
comprendere le ragioni di tutti e garantire equilibrio. E sempre per
essere chiari: era stillicidio, provocazione, boicottaggio, ribadire
che il Pdl doveva essere la garanzia di portare a termine grandi
riforme economiche e istituzionali? È vero, la crisi è stata un
ostacolo. Ma perché non si parla più di una grande riforma per far
nascere l’alba di una nuova repubblica? Non avevamo concepito il Pdl
per mantenere l’esistente, ma come forza di vero e autentico
cambiamento. E, ancora, è stata dimostrazione di preconcetta ostilità ribadire che
in questa fase di crisi - in cui è ancora più indispensabile l’impegno
per una politica con più attenzione al sociale – promuovere la
rivoluzione del merito che deve diventare non un impegno elettorale,
ma un atto politico conseguito giorno per giorno per privilegiare chi
è più capace. E ritengo di avere diritto di porre alla mia comunità
politica anche quesiti scomodi e questo non credo meriti il gesto
infastidito di chi li dice incompatibili con l’atteggiamento politico.
Il presidente del Consiglio, lo dico senza ironia, ha tanti meriti, ma
anche qualche difetto: innanzitutto quello di non capire che in una
democrazia non può esserci eresia. Gli siamo tutti grati per quello
che ha fatto nel ’94, per aver battuto la cosiddetta macchina da
guerra, ma la gratitudine non implica che non possa esistere il
confronto, che i distinguo debbano essere accusati di lesa maestà:
perché non siamo un popolo di sudditi. Io gli ho contestato la sua
attitudine a confondere la leadership con quello che è l’atteggiamento
di un proprietario di azienda. Proprio perché il Pdl ha aperto
orizzonti di grandi speranze, non può essere derubricato a contorno
del leader, ma deve essere una fucina di idee, un polmone che respira
e dà ossigeno all’intera nazione. Rivendicare la possibilità di
esprimere opinioni non è boicottaggio ma democrazia interna,
fisiologia di un partito di massa, non teatrino della politica. È
possibile che la sola volta in cui si sia riunita la direzione del Pdl
abbia segnato il momento di avvio del processo che ha portato al 29 di
luglio? Giorno che considero lesivo non della mia persona, ma di un
grande partito che è il Pdl e si fonda sulla democrazia. Continuare in questa dialettica interna non significa tradire gli
elettori perché ci sono tanti, tanti elettori del Pdl autenticamente
moderati che non si accontentano dell’affermazione “siamo il partito
dei moderati”. Ci sono per davvero tanti elettori del Pdl convinti che
la ragione prima della politica sia garantire l’interesse generale,
della polis, l’interesse nazionale, non l’interesse di una parte. C’è
gente che non capisce perché il Pdl anziché lavorare per unire, lavori
per dividere, per alzare gli steccati, per determinare scontri.
Ecco il Pdl autenticamente nazionale. Certo, questi elettori del Pdl
sono in molti casi donne e uomini che hanno votato Alleanza nazionale,
ma non solo. Sono elettrici ed elettori di altre tradizioni politiche.
E ne abbiamo avuto la riprova dopo l’espulsione, quando si sono
costituiti i gruppi di Futuro e libertà. Si sono uniti uomini e donne
che non avevano avuto niente a che fare con quella tradizione
politica.
Il ringraziamento che voglio fare è a quei parlamentari che non erano
mai stati a Mirabello. Fli non è An in sedicesimo. Chi lo pensa non ha
capito assolutamente nulla. Qui c’è il tentativo difficile ma doveroso
di non disperdere quel sogno. Dobbiamo dare risposte alle tante donne
e ai tanti uomini che nemmeno leggono più le pagine della politica,
che nutrono fastidio per telegiornali e giornali che sembrano essere
fotocopie. Nel Paese sta crescendo il distacco nei confronti della
politica. Fli, come punto di riferimento di tanti elettori che nelle
ultime elezioni magari si sono astenuti o che nelle prossime
amministrative, senza un’alternativa, si asterrebbero. Sono elettori
che ci dicono di andare avanti, di cercare di difendere non solo le
nostre buone ragioni ma i principi originari, più autentici del Pdl,
che ci chiedono di dar vita a una buona politica, che è l’unico
antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. Quando tante
persone perdono fiducia nella politica è la vigilia di momenti che
possono essere più problematici. Il Pdl, come lo avevamo concepito e
voluto, è finito il 29 luglio perché è venuta meno la volontà di dar
vita a quel confronto di idee che è il sale della democrazia. Il Pdl
non c’è più, ora c’è il partito del predellino. Per certi aspetti il
Pdl è Forza Italia che si è allargata con qualche colonnello o
capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a
cambiarlo ancora. E il fatto che il Pdl non c’è più è la ragione per
la quale è facile rispondere alla domanda: cosa accadrà? Ed è molto
più facile rispondere se si ragiona, piuttosto che se ci si fa
prendere dai desideri o dalle paure. Fli non può rientrare in ciò che
non c’è più, non accadrà. Non si entra in ciò che non c’è più, si va
avanti con le nostre idee, con il nostro impegno, con la nostra
elaborazione politica. Non ci ritiriamo in convento né erriamo
raminghi in attesa del perdono.
I gruppi parlamentari non possono essere trattati - Berlusconi è un
uomo di spirito e non se la prenderà - come se fossero dei clienti
della Standa, che se cambiano il supermercato dove fino a quel momento
si sono serviti ottengono poi il premio di fedeltà. I parlamentari che
stanno con noi hanno voglia di far politica, di parlare con la gente.
Si va avanti con le nostre idee, con le nostre proposte, si va avanti
senza farci intimidire da quello che è stato definito il “metodo
Boffo”, messo in campo nell’ultimo mese da alcuni giornali che
dovrebbero essere il biglietto da visita del cosiddetto partito
dell’amore. E se questo è l’andazzo, immaginate se non erano amorevoli
cosa poteva succedere. Non ci facciamo intimidire perché di
intimidazioni ne abbiamo vissute ben altre, in anni in cui i pericoli
per la destra erano ben altri. Non ci facciamo intimidire da campagne
paranoiche e patetiche. Paranoiche perché indecenti, e patetiche
perché non si rendono conto del disprezzo che gli sta montando
attorno.
Noi attendiamo fiduciosi i riscontri della magistratura, che dirà e
stabilirà i responsabili di tanta volgarità, di tante menzogne e
falsità. Altro che valori della libertà. È stato un atteggiamento
infame, non perché rivolto alla mia persona, ma alla mia famiglia, ed
è tipico degli infami. Si va avanti e lo si fa per tenere fede allo
spirito delle origini, si va avanti per non tradire lo spirito del
Pdl, si va avanti per evitare che il governo commetta altri errori, si
va avanti – e se lo tolgono dalla testa - senza cambi di campo, senza
ribaltoni e ribaltini, perché da questo punto di vista le polemiche
sono indice dello scarso livello del comprendere. Si va avanti
convinti, come siamo, della necessità di portare a termine il patto
scritto con gli elettori, senza dimenticare parte del programma, senza
inventare altre cose che poi diventano, a comando, emergenze. Si va
avanti anche quando il presidente del Consiglio presenterà il patto
dei cinque punti – la riforma della giustizia, il Mezzogiorno, il
federalismo, il fisco e la sicurezza - è di tutta evidenza che i
nostri capigruppo parleranno chiaro e forte e parleranno senza
distinzioni tra falchi e colombe, perché a noi non interessa
l’ornitologia. E i parlamentari di Futuro e libertà, se vogliono ridare dignità e
spirito di attuazione a quello che era il progetto del Pdl, possono
opporsi ai capisaldi del programma? E allora sosterremo da donne e
uomini liberi questo programma. Ma credo che non possa essere negato,
a noi come a nessun deputato o senatore della maggioranza, di chiedere
come si declineranno questi obiettivi del programma. Con spirito
costruttivo chiederemo come si vuole dare vita a questo programma. Fli
non rema contro, ma rappresenta l’azione politica di chi vuol far
camminare veloce il governo in modo proficuo ristabilendo anche un
buon rapporto con la pubblica opinione (perché c’è qualche segnale di
stanchezza, amici miei, sondaggi o non sondaggi). Cercheremo di dare
vita a un patto di legislatura, dunque, per riempire di fatti concreti
gli anni che ci separano da quando andremo a votare. È un “interesse
nazionale”, e per questo riteniamo che sia avventurismo politico
minacciare un giorno sì e l’altro pure le elezioni, magari per
intimidirci e magari per regolare i conti con qualcuno. Governare è
fatica, confidiamo nel senso di responsabilità di tutti, nessuno
escluso. Perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un
fallimento per tutti: per me, per Fli, per Berlusconi. E credo che ne
sia cosciente, Berlusconi. Perché al di là di tante espressioni
polemiche, quando si ottiene una fiducia talmente ampia e si ottiene
una maggioranza parlamentare come mai era capitato nella storia della
Repubblica, la prima cosa da fare non è mettere alla porta il dissenso
o chi magari è antipatico, ma governare. Siamo certi che un patto di
legislatura posa garantire la legislatura. E credo che ne siano
consapevoli anche Bossi e la Lega. Bossi capisce gli umori della
gente, è un leader popolare. Abbiamo polemizzato spesso, è vero. Solo
chi non conosce la storia, oltre che la geografia può pensare che la
Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha
alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l’ironia e lo scetticismo
di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che
determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha
dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è
nell’interesse di tutta l’Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il
nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome
dell’interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella
commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo
fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora,
discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa
federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce
al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si
stabiliscano i costi standard. Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso
federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard
delle regioni, perché nessuno può obiettare il fatto che i costi in
Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno
difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni
si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei
parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere
dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo.
Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all’altezza di una
ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana,
che non deve essere solo ricostruzione degli eventi storici, ma
occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune
regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di
tutti. L’Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma
anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione
per accorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la
Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo
o che si affaccia nel Mediterraneo. L’Italia ha il dovere di
confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri
paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non
sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza. Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si
pigliavano gli applausi relativo all'abolizione delle province? Che
fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la
privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che
in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la
Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più
soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell'interesse di tutti, della
Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo
e pragmatismo metterà da parte l'ostracismo, anche perché non ci
fermiamo. È inutile che dicano “facciano quello che vogliono”, perché
lo faremo. Non servono a nulla gli ultimatum anche perché non ci
spaventano. Silvio Berlusconi ha il sacrosanto diritto di governare,
perché è stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori e non ho
alcuna difficoltà a dire che pensare a scorciatoie giudiziarie per
toglierlo di mezzo, rappresenterebbero un tradimento del volere
democratico. Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo
impedimento. Siamo convintissimi che occorra risolvere la questione
relativa al diritto che Berlusconi ha di governare senza che vi sia
l'interferenza di segmenti iperpoliticizzati della magistratura che
vogliono metterlo in fuorigioco. Affidarsi al dottor Stranamore - che
è l'onorevole Ghedini - è incomprensibile. La soluzione non si trova
mai e il problema si acuisce. Non va fatta una legge ad personam che
danneggi parte della società, ma una legge a tutela del capo del
governo, del capo dello Stato che esiste in molti paesi d'Europa. Il che non vuol dire impunità, non vuol dire cancellare i processi,
ma la sospensione degli stessi. E dobbiamo farlo cercando di avere in
mente che alcune riforme sono giuste: come si fa a essere contrari al
processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a
proposito che l’Ue ci ha condannati più volte per la loro eccessiva
durata, spesso occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa
inaccettabile è il rischio che, nel momento in cui tante vittime
aspettano di sapere il destino del processo, poi rimangano con un
pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i
cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la
magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il
Parlamento. E allora discutiamo in Parlamento, di come garantire a
Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più
responsabili dell’opposizione: una dimostrazione su questo punto l’ha
data Casini. Discutiamo anche delle proposte che derivano
dall’opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe le
straccino subito. E penso anche alle proposte avanzate da giuristi
come Pecorella, Consolo e dall’attuale vicepresidente del Csm, Vietti.
Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però
un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura. È
un impegno gravoso, difficile, che comunque dobbiamo portare avanti.
Se la sovranità appartiene al popolo, la sovranità si esprime in tanti
modi. Qui vogliamo rilanciare una proposta, una di quelle per le quali
dicono: “Fini dice cose che lo avvicinano alla sinistra”. La sovranità
popolare significa anche che la gente ha il diritto di scegliere i
propri rappresentanti. Se la sovranità è popolare credo che la gente
abbia il diritto di scegliere anche questo. Federalismo e giustizia:
sono grandi questioni, ma non possono essere i soli temi del
dibattito. Perché l’attenzione degli italiani non è rivolta solo alla
giustizia: oggi tanti italiani sono preoccupati per le condizioni
economiche. Gli italiani, al nord come al sud, sono preoccupati per le condizioni
economiche e sociali e per il lavoro: non è propaganda, né demagogia,
né “fare il verso” all’opposizione. Sono i problemi delle famiglie.
Fli deve fare tutto per affiancare ai due temi del federalismo e della
giustizia gli altri temi che davvero interessano i cittadini. Teniamo
presente quello che hanno detto il capo dello Stato, le imprese, i
lavoratori. Possibile che nei cinque punti non ci sia nulla per far
ripartire l’economia e renderla competitiva? C’è un’Italia
preoccupata. E Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma non
può essere ottimismo solo verbale, deve diventare azione concreta.
Perché, fermata la crisi (e il nostro governo ha operato bene in
questo senso), oggi dobbiamo far ripartire l’economia. Non possiamo
accontentarci che le entrate siano garanzia dell’economia. Serve il
coraggio politico di ridare vita a quelle riforme che erano nel
programma originale del Pdl e di cui non sento parlare: per esempio,
il superamento dei due miti fasulli del Novecento, la lotta di classe
e il mercatismo. È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a
nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di
ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in
occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è
una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le
esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno
meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è
diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il
superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in
produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i
giacimenti culturali valgono più - nella globalizzazione - dei
giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la
coperta è corta. Sarebbe facile dire “il governo tiri fuori le
risorse”. Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c’è
un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò
che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto
per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla
delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere
chi vuole nelle condizioni di investire e di poterlo fare. Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programma del Pdl.
Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il “ghe pensi
mi”, vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro
allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare
con il ministro dell’Economia. Ed è chiaro che serve una politica
capace di liberalizzazioni, una politica che riesca a dare vita al
patto generazionale. Perché credo ci sia un altro grande campo in cui
un governo di centrodestra che ha a cuore il governo nazionale non
deve risparmiarsi: è il contesto giovanile, infatti non esiste
genitore degno di questo nome che non sia disposto a fare un
sacrificio personale per il futuro dei propri figli.
La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i
giovani ci sia un disoccupato su quattro. C’è chi contrabbanda la
flessibilità, che è invece necessaria per l’economia e per le imprese,
con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì
molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono
certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei
contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il
patto generazionale è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo
a cuore il governo nazionale. Perché non è giusto che serva l’aiuto
del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente
ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che
si sosteneva il nonno. Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando
dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste
settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci “provateci,
non vi fermate, siamo con voi”. Credo che sia estremamente bello
vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che
vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro
futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella
condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la
rivoluzione meritocratica? Preoccupiamoci delle condizioni sociali.
Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che
nell'ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli
ultimi paesi in Europa. Ecco perché andrà avanti Futuro e libertà,
perché sono servite le fondazioni che hanno riempito un vuoto. È
doveroso chiedersi, visto che la società è profondamente cambiata, se
la spesa sociale deve essere rivolta a quelle categorie
tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella
famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla
trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente
figli di una comunità. Serve un welfare delle opportunità per i
giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella
monoreddito. Oggi, il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò
che era stato inserito nel programma di governo. Intervenire con politiche a sostegno delle famiglie vuol dire anche
che se nei cinque punti c’è la riduzione del carico fiscale non
possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l’onere di fare delle
proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo, ad esempio, sul
cosiddetto quoziente familiare, che faccia sì che chi ha a casa più
figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri.
Ed è necessario che di tutto ciò ne parliamo in Parlamento, e mi fa
piacere che lo abbia fatto ad esempio il ministro Tremonti. E
facciamolo cercando di coinvolgere anche le opposizioni, se hanno
delle idee per capire anche se il concetto di interesse nazionale ha
fatto breccia anche da quelle parti. Una maggiore giustizia sociale
sta a cuore a tutti, un governo grande sa prendere una buona idea
anche se viene dall’opposizione. Prendiamo a raccolta questa Italia
che lavora. L’Italia che lavora, che poi equivale all’Italia onesta,
che quando sente parlare di etica del dovere non ha l’atteggiamento di
chi alza le spalle e dice: “È ragnatela del passato”. È l’etica che il
padre insegna al figlio, e la politica deve sentire il dovere di
praticarla.
Il senso civico, il senso di appartenenza. Basta con questo egoismo
diffuso, con questa Italia parcellizzata che non si fa più carico del
disagio del vicino. Una politica nazionale non ha timore di parlare di
legge come garanzia per il più debole. Perché da che mondo a mondo si
dice che “la legge è uguale per tutti” perché la garanzia serve ai più
deboli, non ai più potenti, a chi riesce a piegarla ai suoi interessi.
Questo è il centrodestra. Se crediamo in queste cose, non stanchiamoci
di ringraziare chi fa il suo dovere per lo Stato: è gratitudine, è
senso civico. Essere servitori dello Stato, nell’Italia che sogniamo,
deve essere motivo d’onore. Non si può dire che “sono poveretti che
non sanno che altro fare e allora decidono di entrare nelle forze
dell’ordine”: significa servire il nostro popolo, la nostra patria. E
ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni
forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei
furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità.
Continuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo il decreto
anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell’attenzione del
Parlamento? Discutiamo sull’opportunità di stabilire un codice etico
per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che
no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Su questi temi e
su altri, lavoriamo per unire non per dividere. Su queste questioni
cerchiamo di dare vita a una politica che segni un salto di qualità.
Gli italiani sono stanchi di questa perenne campagna elettorale che
non finisce mai, di questo trionfo della propaganda, di questa ordalia
quotidiana. Fli guarda a un futuro per unire, siamo convinti che su
queste questioni, con un’azione politica che parta dal centrodestra si
possano ritrovare anche altri. Gli italiani sono stanchi di muri e di
risse, smettiamola con gli insulti, con gli appelli che cadono nel
vuoto. Diamo vita a una politica che sia capace di uno scatto di
orgoglio, di un colpo di reni, in nome di ciò che è giusto, non di ciò
che è utile. Sapete, in molti mi hanno detto: “Chi te lo fa fare? Ma
aspetta, sei più giovane!”. Ma io credo che se vogliamo ridare
all’Italia quella passione che merita.
Basta con l’utilitarismo, basta con il calcolo del farmacista, basta
con il meglio attendere domani. Bisogna buttare il cuore oltre
l’ostacolo, bisogna dare un senso alla politica e bisogna farlo nel
nome delle nostre idee e della nostra concezione politica. Ricordando
quello che avevamo nel cuore a 18-20 anni, quando nessuno di noi
pensava all’ingresso in Parlamento o a cariche istituzionali e nessuno
era mosso dall’utilitarismo, né c’era qualcuno che diceva: «Aspetta
non ti conviene, sai è permaloso». Tenendo bene a mente, come ci
piaceva dire da giovani, che se un uomo non è disposto a lottare per
le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui
come uomo. Allora, in nome di un centrodestra autenticamente liberale,
nazionale, riformatore, sociale, europeo, avanti con Futuro e libertà
per l’Italia!