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Islanda, la roccaforte della libertà di stampa (e delle intercettazioni)?
Inserito il 02 agosto 2010
- C’è una notizia che risale a più di un mese fa eppure è attuale in questi giorni come non mai: l’approvazione da parte del parlamento islandese di una legge, l’Icelandic Modern Media Initiative (IMMI), che mira a fare dell’isola del profondo nord europeo una vera e propria “roccaforte” per il giornalismo investigativo e per chi pubblichi in rete materiali coperti da segreto ma di interesse pubblico. Un “rifugio” per i “cani da guardia della trasparenza”, che potranno avvalersi della protezione offerta da una legislazione che raccoglie contributi dai Paesi che hanno più a cuore la difesa della libertà di espressione, tra cui Svezia, Norvegia, Estonia e Scozia.
Diversi elementi sono degni di nota, prima di tutto a livello politico. Intanto l’IMMI è stata proposta da esponenti di tutti i gruppi parlamentari e approvata all’unanimità in poco più di sei mesi: uno scenario impensabile in un Paese diviso e dagli iter parlamentari infiniti come l’Italia. In secondo luogo, l’idea di estrarre contenuti da normative sparse in tutto il mondo presuppone una competenza purtroppo impensabile nel nostro Paese, dove spesso a legiferare sulla Rete sono persone animate magari dalle migliori intenzioni ma senza alcuna conoscenza del mezzo. Da ultimo, in Islanda la politica non è stata sorda ai pareri degli esperti del settore, ma ha pensato al contrario di servirsi della loro consulenza; in questo caso, di quella di Julian Assange e Daniel Schmitt, co-fondatori di Wikileaks, il sito che ha recentemente fatto discutere il mondo pubblicando 91000 documenti riservati sulla guerra in Afghanistan.Questa notizia, insieme alla recente protesta contro il comma 29 del ddl intercettazioni, spiega il richiamo all’attualità, il secondo livello di analisi. Che suscita domande a cui, al momento, è difficile dare risposta. È giusto, ad esempio, garantire uno scudo tanto potente a chi diffonda informazioni che potrebbero mettere a repentaglio vite umane? È giornalismo investigativo la mera pubblicazione di documenti, senza alcun filtro interpretativo? E poi, siamo sicuri che il confine tra trasparenza e diffamazione non diventi troppo labile?
Di certo l’implementazione del pacchetto normativo, che richiederà la modifica di 13 leggi esistenti e il coinvolgimento di quattro ministeri per un anno intero, aiuterà a fugare questi dubbi. Ma fin da ora è possibile affermare che anche l’Italia dovrebbe guardare con interesse all’idea islandese. La libertà di espressione in Rete merita una considerazione ben diversa rispetto a quella rivelata negli ultimi tempi dal legislatore italiano, che sembra essere capace solamente di ipotizzare improbabili obblighi di rettifica, filtri preventivi e addirittura la creazione di reati in cui l’utilizzo di un social network sia un’aggravante.
E c’è già chi, come il blogger Claudio Messora, parla di una Italian Modern Media Iniative. In pochi giorni sono già 1600 a dirsi d’accordo sulla pagina Facebook della proposta, reclamando un diritto “sacrosanto e inviolabile” a esprimere la propria opinione. Senza che il pensiero corra automaticamente, per un riflesso prodotto dalle nostre ossessioni mediatiche, alle aule di un tribunale.
Sulla base di quanto deciso al convegno dell'8 luglio, avviamo le iniziative del Laboratorio.La prima è quella indirizzata all'abrogazione dell'art.7 del Decreto Pisanu.
L'iniziativa riprende quanto già esposto nel 2009 dalla "Carta dei Cento per il libero wifi" http://frontieredigitali.nhttp://frontieredigitali.n</span><wbr /><span class="> http://laboratorioinnovazi one.wikispaces.com/I+limiti+del+Decreto+Pisanu e che sta circolando tra i parlamentari.
E' importante reperire rapidamente quante più adesioni possibili.
Inserite la vostra firma di adesione in calce al documento, direttamente sul wiki, o segnalateci la vostra adesione commentando questa nota.
L'invito è anche di girare questa nota ai vostri contatti e alle vostre mailing list.Quest'iniziativa è naturalmente strettamente connessa anche con la nostra opposizione a quanto ancora contiene il ddl intercettazioni in tema di libertà di informazione e di sicurezza ed in generale con il tema della volontà del governo di frenare la crescita digitale dell'Italia e dei diritti connessi.
Il Gruppo di Coordinamento del Laboratorio dell’InnovazioneIndirizzo email: laboratorioinnovazione@gmail.com
Pagina Wiki: http://laboratorioinnovazihttp://laboratorioinnovazi</span><wbr /><span class=">one.wikispaces.com/
Blog-sequestri: Cina aspettaci!
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Pubblico in anteprima un pezzo per Punto Informatico e che, sfortunatamente, conferma le preoccupazioni di questi giorni sullo stato - e sul futuro - della libertà di informazione in Rete.
E’ “solo” una delle tante storie italiane che mi vengono - ormai quasi quotidianamente - segnalate ma l’ho trovata straordinariamente sintomatica di una preoccupante tendenza e, prima di me, anche se sotto altri profili, altrettanto sintomatica l’hanno, evidentemente, trovata Luca Sofri su Il Post e Leonardo.
E’ successo di nuovo. E’ stato disposto il sequestro di un intero blog nell’ambito di un procedimento penale volto ad accertare se attraverso un pugno di post sia o meno stata posta in essere una diffamazione.
Il Dr. Giancarlo Mancusi, lo stesso Pubblico Ministero in forza presso la Procura della Repubblica di Bergamo, già protagonista del rocambolesco sequestro della Baia dei Pirati, questa volta, ha chiesto, ottenuto ed eseguito il sequestro de www.ilgiustiziere-lafabbricadeimostri.blogspot.com, un blog di Stefano Zanetti, sociologo e blogger.
Ancora una volta - esattamente come già accaduto nella vicenda di The Pirate Bay - il Giudice, accogliendo l’istanza del PM ha ordinato il sequestro preventivo del blog “disponendo che i provider operanti sul territorio dello Stato italiano inibiscano ai rispettivi utenti l’accesso all’indirizzo www.ilgiustiziere-lafabbricadeimostri.blogspot.com, ai relativi alias e collegamenti URL presenti e futuri rinvianti al sito medesimo, nonché all’indirizzo IP statico che al momento risulta associato ai predetti nomi e collegamenti URL ed ad ogni ulteriore indirizzo IP statico associato ai nomi stessi”.
Il PM, tuttavia, questa volta, si è, forse, reso conto di aver esagerato nella richiesta e, rilevato che l’esecuzione integrale del provvedimento avrebbe potuto comportare “l’oscuramento dell’intera piattaforma blogspot con ogni conseguente ripercussione - di segno negativo - sui numerosi blog estranei alle condotte criminose contestate”, nel dettarne le misure di attuazione, ha, fortunatamente, ritenuto di limitare l’esecuzione del sequestro “- al momento - (n.d.r. quasi si riservasse, in un momento successivo di non accontentarsi ed andare oltre) all’oscuramento del blog interessato dal provvedimento cautelare”.
Anziché ordinare a tutti i provider italiani di rendere inaccessibile il blog, quindi, il PM ha chiesto alla Guardia di Finanza di ordinare a Google di “inibire l’accesso al blog oggetto di sequestro e soltanto ad esso”.
Detto, fatto. Il blog di Stefano Zanetti è attualmente irraggiungibile e chiunque provi ad accedervi si vede, semplicemente, rispondere da Google: “il blog che stavi cercando non è stato trovato“.
Sarà il processo - come è giusto che sia - a far chiarezza sulla sussistenza o meno della diffamazione contestata al Dr. Zanetti ed ad accertare la sua eventuale responsabilità ma, ora, il punto è un altro.
Il PM con il suo provvedimento - nonostante la “nobile” preoccupazione di risparmiare l’oscuramento all’intera piattaforma blogspot ed ai milioni di blog su di essa ospitati - ha reso inaccessibili centinaia di post già pubblicati sul blog oggetto di sequestro in anni di attività e, soprattutto, precluso a Stefano Zanetti di poter continuare a dire la sua e, quindi, manifestare liberamente il proprio pensiero salvo, ovviamente, rispondere di eventuali abusi.
Si tratta di una decisione inammissibile e di un episodio - purtroppo non il primo nel nostro Paese - di inaudita gravità.
L’art. 321 del codice di procedura penale, infatti, prevede che “Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con decreto motivato”.
La “cosa pertinente al reato” suscettibile, nel caso di specie, di “aggravare o protrarre le conseguenze di esso”, tuttavia, sono evidentemente i singoli post che si assumono diffamatori e, certamente, non l’intero blog.
E’ un concetto semplice e, sorprende che sul punto continui ad esserci spazio per errori grossolani e fraintendimenti.
Disporre il sequestro di un intero blog e mettere a tacere un blogger, precludendogli di continuare a scrivere e dire la sua ha più il sapore di una sanzione preventiva - rispetto al processo - che di una misura cautelare ed è un po’ come se si stesse anticipando un giudizio addirittura sulla “tendenza a delinquere” del blogger ovvero a diffamare e, dunque, si ritenesse opportuno imbavagliarlo prima che offenda ancora.
Ancora una volta, l’informazione online è trattata da “figlia di un Dio minore”: sempre più obblighi ed oneri sulle spalle di blogger e web tv e sempre meno diritti e libertà.
Proprio negli ultimi giorni, infatti, si sono registrati almeno due inquietanti episodi sintomatici di tale tendenza.
Dapprima l’AGCOM nel pubblicare i regolamenti di attuazione del Decreto Romani ha manifestato l’intenzione di pretendere più o meno da chiunque diffonda contenuti audiovisivi online la richiesta di un’autorizzazione, il pagamento di un importo di 3000 euro e, quindi, l’adempimento di tutta una serie di stringenti obblighi burocratico-amministrativi nonché del famigerato obbligo di rettifica di cui alla vecchia legge sulla stampa.
Nei giorni scorsi poi, l’On. Bongiorno, Presidente della Commissione Giustizia della Camera, dichiarando inammissibili gli emendamenti al comma 29 del c.d. DDL (anti) intercettazioni, ha reso ancor più attuale il rischio che la norma divenga, presto, legge e, che, di conseguenza, l’intera blogosfera italiana si ritrovi assoggettata all’obbligo di rettifica “sotto minaccia” di una sanzione fino a 12 mila e 500 euro, ovvero, la stessa che la legge prevede per gli editori.
Sempre più obblighi, doveri e, dunque, disincentivi ad informare per passione e non per mestiere ed a dire la nostra e, ad un tempo, sempre meno diritti.
Il sequestro anche di una sola pagina di un giornale è precluso addirittura dalla carta costituzionale mentre il sequestro di un intero blog si avvia a diventare nel nostro Paese - proprio come in Cina ed in pochi altri regimi totalitari - la regola.
Occorre ripristinare senza ritardo quel principio vecchio ma immortale contenuto nell’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” salvo, naturalmente, rispondere degli eventuali abusi.Il punto è esattamente questo: non si tratta di sollevare la blogosfera da ogni responsabilità e riconoscerle il diritto di violare gli altrui diritti ma, piuttosto, garantire, senza esitazioni né incertezze, a tutti i cittadini italiani, il diritto di usare la Rete per dire la loro e diffondere le loro idee.
Sembra facile e, forse, persino ovvio ma, sfortunatamente, dopo anni di TELE-COMANDO non è così ed in molti, forse troppi, continuano a pensare che la Rete possa accendersi e spegnersi con un pulsante come una TV e che la scelta debba dipendere dai soliti noti.
Cerco il Consulente per l’art.29 ddl intercettazioni
Se il web è realmente capace di mettere in contatto le persone e se esistono i sei gradi di separazione, secondo cui qualunque persona può essere collegata ad un’altra, attraverso una catena di conoscenze con massimo 5 intermediari (Frigyes Karinthy), questa caccia al tesoro dovrebbe concludersi in pochi giorni.
Cosa cerco?
Cerco il nome dell’estensore del comma 29 dell’art. 1 del c.d. DDL intercettazioni con il quale si impongono, senza giusta misura e senza giusta ragione, pesanti adempimenti tanto al blogger amatoriale quanto al giornalista professionista impegnato on line per conto di un giornale.
Cerco il nome e il curriculum vitae di questo esimio legislatore (consulente) per confrontarmi culturalmente sulla normativa che investe Internet.
Il mio CV è in Rete ed il mio nome è Massimo Melica.