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I limiti di una certa informazione e dei suoi ritiQuando il giornalismo
racconta la politica...di Fabio ChiusiOggi tutti i quotidiani riportano con grande enfasi il tentativo di riavvicinamento a Casini e all'Udc messo in atto dal premier durante una cena a casa di Bruno Vespa. Il Giornale concede all'avvenimento addirittura il titolo di apertura: «Il nuovo governo nasce a casa Vespa». Insomma, tutto pur di "sbarazzarsi di Fini".Ma qual era il vero scopo del "cenone" (Il Foglio) di celebrazione dei cinquant'anni di giornalismo del conduttore di Porta a Porta? Chi erano i presenti, e quanti erano? Quale è stata esattamente l'offerta fatta da Berlusconi al leader dell'Udc e che ha replicato quest'ultimo? Proviamo a rispondere mettendo a confronto le versioni dei quotidiani oggi in edicola.Lo scopo
Per molti si è trattato di un incontro "conviviale". Iacoboni su La Stampa descrive perfino minuziosamente il menù - ah, questa cronaca di denuncia. Pare si sia parlato di politica, di tutti i temi dell'attualità. Insomma, di "un po' di tutto: dalla crisi economica agli ultimi sviluppi della situazione politica" (Libero). No, «nessuna riunione politica, o tantomeno cospiratoria», "nessun incontro carbonaro» (Il Messaggero). Per Repubblica invece si tratta di una «spericolata (e per ora infruttuosa) operazione politica». "Sostanza immutata" secondo Il Foglio: «Il Cav. vuole amore, Casini la crisi di governo». Con una ammissione: «l'ammuina era oltre lo spirito familiare e goliardico, era seria». Scafi sul Giornale dice che B. era impegnato nella sua "specialità": quella del "seduttore (politico)". Apprezzabile il tra parentesi.Per il Sole l'amo gettato a Casini risponde alla logica di smontare sul nascere un Terzo Polo «che comincia ad avere spazio anche nei sondaggi». Per La Stampa, invece, si tratta di sterilizzare le minacce dei tre principali nemici di Berlusconi. Nell'ordine: Tremonti, la Lega, Fini. L'opposizione, oramai nemmeno stupisce, non compare. Per Sallusti Berlusconi ha proposto "ufficialmente" a Casini di «mettere da parte le vecchie ruggini e riprendere un percorso politico comune, per reciproco interesse e vantaggio [ma come, e il rispetto delle scelte degli elettori?]». Si tratta di un progetto "tranchant" anche se "assolutamente naturale" [chissà se lo pensava anche mentre Casini proponeva un nuovo Cln per liberare l'Italia da Berlusconi]. Alla faccia della chiacchierata conviviale.Non c'è molta chiarezza nemmeno sulla durata dell'incontro: si va dalle due ore di "chiacchierata" di Libero, alle "più di quattro" del Sole, passando per le tre di cui parla il Secolo XIX. Si vede che il cronista di agenzia assiepato, secondo La Stampa, all'ingresso di casa Vespa doveva avere l'orologio rotto.Gli ospiti
Oltre all'orologio, il cronista d'agenzia doveva avere gli occhiali rotti, perché anche sugli ospiti regna la confusione totale. Per il quotidiano torinese oltre a Berlusconi con la figlia Marina e Casini c'erano Gianni Letta con signora, Mario Draghi, Tarcisio Bertone e Cesare Geronzi. E nessun giornalista. Non è d'accordo il Riformista, secondo cui invece c'era «un'altra quindicina di ospiti. Tutti di prima scelta. Banchieri, alti prelati del Vaticano, e un importante direttore di giornale, anche se sui loro nomi vige un curioso top secret». Imposto da chi, non si capisce.L'offerta di Berlusconi a Casini
Qui i virgolettati si sprecano. Anche l'udito delle talpe non deve aver funzionato a dovere, dato che le versioni sono tra loro diversissime. Le riportiamo integralmente. Per La Stampa Berlusconi avrebbe messo un braccio attorno alla spalla di Casini e gli avrebbe detto: «Dai, la nuova Dc siamo noi».Per Il Giornale Casini chiede «un aggiustamento al programma, con l'inserimento di alcuni temi cari ai centristi, come il quoziente familiare e altre cose che facciano da contrappeso all'influenza che la Lega ha sull'esecutivo». E al posto di Scajola, "come vuole Napolitano», troverebbe spazio non un politico ma «un tecnico di area Udc». Scompaiono le frasi del premier sulla "nuova Dc", e al loro posto si parla di Dc per definire il tatticismo casiniano.Per il Secolo XIX Berlusconi offre a Casini l'incarico di delfino - rubandolo a Fini: "Imbattibili insieme", il titolo. «Dai Pier, torniamo insieme. Torna con me al governo e fallo presto, in tempi rapidi. Dai, rifacciamo la democrazia cristiana e ce ne stiamo al governo per i prossimi trent'anni. E poi io ti lascio tutto, tra due anni sei al mio posto».Il Corriere riporta un virgolettato simile, ma limato da ogni possibile asperità (ah, questi moderati): «Pier, se ritorni con noi possiamo rifare un grande partito centrista, governeremo per i prossimi trenta anni, gli italiani ci chiedono questo». Scompare il riferimento alla Dc, così come quello strano «ti lascio tutto».Per Repubblica invece Berlusconi dice: «Il tuo posto è alla guida del Paese accanto a me [ma che è, Guerre Stellari?]. Se solo volessi potresti fare il vicepresidente del Consiglio, saresti il numero due del governo. Sceglieresti tu il successore di Scajola e magari potresti avere pure la Farnesina».Secondo Libero per l'Udc è «pronto il ministero dello Sviluppo economico (con deleghe pesanti) [dunque Berlusconi vuole tenere l'interim fino all'autunno? Ma non doveva durare "pochi giorni"?] e un posto da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qualcuno fa sapere che sul piatto ci sarebbe pure la riconferma del casiniano Roberto Sergio alla presidenza della Sipra, l'importante società che gestisce la pubblicità della Rai».Ma l’offerta più lauta è quella paventata dal Riformista: il Premier a Casini avrebbe proposto «non solo il ministero allo Sviluppo Economico» ma anche «il ministero degli Esteri (Franco Frattini, volente o nolente, andrebbe a presidiare il partito). Quello dei Beni Culturali (Sandro Bondi è già pronto al sacrifizio). Un paio di sottosegretari di peso, magari uno persino alla Giustizia. E uno, persino, agli Interni».La risposta di Casini
Forse stordito da proposte tanto vaghe, Casini sembra aver preferito temporeggiare. Per l'Avvenire, infatti, "Il Pdl chiama, Casini riaggancia". "Nessuna novità" per il Messaggero. Per il Corriere Casini «non si è lasciato intenerire». Bruno Vespa, tuttavia, è possibilista. Sarebbe solo questione di tempo: quelli di Berlusconi e Casini sono "destini incrociati". Solo per il Giornale «si è aperta una finestra concerta per il ritorno alla base» dell'Udc.Resta una domanda di fondo, che solo Iacoboni de La Stampa ha avuto il coraggio di porsi: qual è il reale significato di un simile ritrovo? Secondo il cronista la cena «è stata una tappa sintomatica della fase politica che attraversiamo. Va raccontata più che come l'occasione di un accordo, come lo specchio di un potere e dei suoi riti». Senza dubbio. Ma, da come è stata raccontata, non si può che dedurre che sia anche lo specchio di un certo nostro giornalismo politico, e dei suoi riti. I risultati, lo dimostra questo post, sono sotto gli occhi di tutti.10 luglio 2010
Fabio Chiusi analizza come il giornalismo troppe volte "interpreta" la notizia. Gli articoli di Chiusi si confermano da tempo una lettura davvero interessante e non schierata...
C’è una rivelazione dolente dietro al modo in cui la politica, da destra a sinistra, ha affrontato la questione della possibile esclusione del PDL dalla competizione elettorale in Lazio e di Formigoni in Lombardia: siamo governati per buona parte da irresponsabili. Un’affermazione forte, ne sono conscio, ma a mio avviso giustificata. Si prendano le dichiarazioni di questi giorni. Da un lato si è parlato di “teppismo politico ai limiti dell’eversione” (Margherita Boniver), si è sentito “il sapore di un colpo di Stato” (Francesco Storace) e ci si è detti “pronti a tutto” (Ignazio La Russa). Dall’altro si è evocato il ventennio fascista, fino a giungere, come ha fatto Luigi De Magistris, a ipotizzare che l’Italia non sia più una democrazia plebiscitaria, ma “un regime vero e proprio” in cui un “novello Pinochet in versione profetica” sta “attuando un colpo di Stato” (De Magistris e Storace sulla stessa lunghezza d’onda – chi l’avrebbe detto).
I giornali naturalmente hanno pensato bene di gettare benzina sul fuoco. La prima pagina del Fatto Quotidiano di stamane sembrava un bollettino di guerra: foto del Duce, editoriale di Padellaro che conclude “chiamiamolo fascismo e facciamo prima” e immancabile pezzo di Travaglio intitolato (una coincidenza?) “Forza Mussolini“: proprio “come ai tempi del fascio“. Libero invece da giorni sostiene la opposta tesi del complotto per eliminare Berlusconi. Un “sabotaggio“, una “rapina in corso“, un ladrocinio “di polli e di voti”. Un sempre più allarmato Giampaolo Pansa invita a non stupire se da un giorno all’altro “scoppierà la violenza“.
Insomma, con la consueta dote di sintesi del premier, “è un golpe“. Messo in atto da magistrati “talebani”, “peggio della mafia”, che intendono offrire alla sinistra l’unico assist che abbia la concreta possibilità di tradursi in una vittoria elettorale: eliminare l’avversario dalla competizione. No, realizzato da un governo – ribatte il fronte opposto – che per rimediare alla incredibile incapacità di pochi decide di stravolgere le regole delle elezioni, in barba a ogni buon senso democratico.
Accuse gravi. Perché parlare di “irresponsabilità”, dunque? Perché la politica si è lasciata stritolare dai due corni del dilemma: e cioè come valorizzare il rispetto della legge (primo corno) senza falsare del tutto la competizione elettorale (secondo corno). Di fronte a questa emergenza la politica avrebbe avuto il dovere di reagire con fermezza e compostezza. Fare quello che le è proprio: decidere, senza farsi prendere dal panico. E invece ha strillato, sbraitato, puntato i piedi. Gridato all’eversione, al colpo di Stato, al golpe. Parole che grondano storia e sofferenza, e che non meritano di venire sprecate per questo consesso di adolescenti sull’orlo di una crisi di nervi che di fronte alle difficoltà preferiscono invocare nuovi totalitarismi piuttosto che sedere intorno a un tavolo e discutere.
Questo è il reale problema che affligge oggi il governo della cosa pubblica; un problema che l’informazione cavalca e amplifica per vendere un pugno di copie in più o tenere l’opinione pubblica in quel costante stato di sovraeccitazione che serve per far dimenticare che mentre sarebbe necessario un nuovo modo di concepire l’istruzione, la ricerca, il sistema pensionistico, gli ammortizzatori sociali, il fisco e chi più ne ha ne metta nessuno ha il fegato per fermarsi, pensare e proporre. In un’Italia sconvolta dagli scandali, dalla mediocrità della sua classe dirigente e di chi la racconta, il vero pericolo non è neppure che il linguaggio abbia perso la sua funzione, che la parola non abbia più senso: il vero pericolo è che ancora ce l’abbia. E che a forza di esprimerlo, questo paradossale desiderio di catastrofe si avveri. Prima che a impedirlo intervenga una comune assunzione di responsabilità. E’ di questo che c’è, e subito, bisogno. Non resta che sperare che avvenga.