Disclaimer: le opinioni espresse in questo blog sono mie personali e non rappresentano in alcun modo quelle del mio datore di lavoro. Chiedo scusa in anticipo se il post dovesse risultare troppo lungo e sconnesso, ma è scritto da alberghi, uffici di startup, case di emigrati italiani, ed i pensieri da ordinare sono veramente tanti.
Leggendo la lettera di Augusto, il buon centinaio di commenti che ha scatenato (soprattutto quello di Max con annesso post) ed il post di Fabrizio mi sono passate per la mente tante cose, e vorrei cercare di metterle in ordine in questo post.
Per chi non mi conoscesse, mi ripresento al volo per dare un contesto alle mie parole.
Ho 23 anni, ed oggi lavoro in un fondo di venture capital italiano e fatto da italiani. Ho iniziato su internet verso i 19 anni, con le mie prima attività sviluppate dopo i corsi universitari, riuscendo a pagarmi gli studi e mettere qualcosa da parte. Nel frattempo ho creato il forum della mia università con 15000 iscritti ed ho vinto le elezioni universitarie 6 mesi dopo essermi iscritto. Mi sono laureato in ingegneria informatica e non ho intenzione di proseguire gli studi con una laurea specialistica. Tutto quello che so l’ho imparato da solo. Ho fondato la mia prima vera società a 21 anni, ed ho fallito per diversi motivi. Ho vissuto un anno in Spagna. Scrivo per TechCrunch. Nel tempo libero sto sviluppando equeety con altre 2 persone e GoWar con altre 5. E convivo. Non ho sicuramente finito un Phd al MIT a 19 anni ma penso di non essere nemmeno il tipico esempio di bamboccione.
Sapete qual è il vero problema? Che di gente come Augusto, come Passatordi, come me, con il drive, con la voglia di fare e di sbagliare, della nostra età, ce n’è veramente poca. Di gente che, all’università, il pomeriggio torna a casa ed invece di andare all’aperitivo o al fermatino si mette a sviluppare codice per il suo prodotto, di gente che si prende le ferie ed invece di andare in Sardegna se ne va in Silicon Valley a conoscere imprenditori e venture capitalists, ce n’è veramente pochissima. Gente carismatica, coraggiosa, ottimista, piena di difetti, forse arrogante. Gente così, in Italia non si trova troppo al suo posto e l’emigrazione non la vedo assolutamente come un punto negativo. Vivere all’estero è un diritto di tutti, conoscere altre culture, altre lingue, altre usanze è un’esperienza che va augurata a tutti perché è ciò che ti completa. Ti aiuta a trovare la tua strada e la tua comunità.
Io ho studiato ingegneria informatica, e vi posso garantire che non sono riuscito a trovare nemmeno un co-founder pababile tra i miei compagni di corso, e vi assicuro che molti erano nettamente più preparati e più intelligenti di me. Manca la scintilla, la pazzia, la voglia di fare qualcosa di diverso e di contribuire qualcosa di proprio al mondo, la voglia di seguire la propria passione e non vendersi per un lavoro 9-5 insoddisfacente ed una vita infelice. Manca l’estro tipico italiano.
Io purtroppo i vari Dettori, Lani, Marchetti & co, non li ho trovati. Si possono contare sulla punta delle dita ed è questo il vero punto dolente del nostro paese.
Ironicamente mi trovo a rispondere da San Francisco, dove sono in viaggio per vedere da vicino l’ecosistema della silicon valley, e sinceramente dopo pochi giorni che mi trovo qui ho la convinzione che appena deciderò di fare una mia startup, l’emigrazione sarà l’unica strada possibile per me. In sole due settimane ho conosciuto una quantità di gente qualitativamente incredibile, e strano ma vero, molti di loro sono italiani. Citandone uno: “l’italiano che è qui è diverso. L’italiano che viene a San Francisco non vuole farsi la piccola esperienza all’estero, viene qui perchè cerca qualcosa di specifico.” Il mio pensiero su tutte queste discussioni si ferma al constatare quanto siano inutili. Polemizzare sulla scelta di espatriare è poco produttivo. C’è chi come Augusto non è fatto per stare in Italia, e chi invece come Max, che ci si trova a pennello. Ognuno deve scegliere la sua strada, crearsi le sue opportunità e seguirle rischiando tutto ma soprattutto fare quello che ama.
E’ anche vero che ultimamente l’ecosistema si è rivoluzionato (dal basso), c’è molto più fermento, lo 0.01% della popolazione sa cos’è una startup e lo 0.001% sa cos’è un venture capital. Ci sono gli Startup Weekend con decine di partecipanti, ai nostri UpStart Roma ci sono centinaia di persone. C’è voglia di cambiare, ma c’è ancora poca voglia di rischiare (io forse autocriticamente ne sono anche per ora un esempio). C’è voglia di parlare, ma ancora poca voglia di fare. E dove c’è voglia di fare, c’è poca voglia di accettare il fallimento, i feedback negativi, di competere senza aiutini e sopratutto senza che tutto sia dovuto. C’è poca voglia di creare un prodotto che cambi il mondo.
Sapete poi qual è l’altro punto fondamentale? Che le startup ed i progetti che si vedono in Italia, in maggioranza fanno veramente ridere. La qualità è veramente bassa, gente che non sa quale è il suo mercato, team senza sviluppatori che vogliono dare tutto in outsourcing, cultura del prodotto inesistente, nessuna idea di come entrare sul mercato. Qui mi trovo a dar ragione a Max per alcuni punti. Una quote su tutte: “non è un diritto essere finanziati solo perchè si è giovani e si ha un’idea“. Va benissimo la voglia, l’idea, la volontà, i sacrifici, ma se il tuo risultato fa schifo c’è poco da lamentarsi.
Se visitaste gli SSE Labs, l’incubatore FATTO dai ragazzi di Stanford per i ragazzi di Stanford, rimarreste a bocca aperta. Gente di 19 anni che presenta come Obama, con un livello di profondità spaventoso, con una visione a 360 gradi del mercato, dei competitors, del futuro e della via per il successo a cui VCs americani dicono letteralmente “la tua presentazione fa schifo”. E loro “thanks for the honest and very helpful feedback” e la sera non stavano a scrivere un post su come i VCs non li avessero considerati, ma giù a cambiare il modello, il pitch, il prodotto.
Se si viene respinti in malo modo dai VCs, forse c’è qualcosa che non va nel prodotto, nel team o nel piano. I partners dei fondi di VC non sono proprio gli ultimi arrivati, e spesso hanno fondato loro stessi società di successo.
Parlando di dPixel, noi vediamo circa 6-700 idee l’anno ed è chiaro che è molto difficile rientrare in quelle 3 o 4 che verranno finanziate. I VCs devono rendere conto ai propri investitori, e per quanto piacerebbe investire e dare la possibilità a gente come Augusto di realizzare il proprio sogno, non è sempre fattibile per un piccolo fondo privato. Per questo purtroppo ci troviamo a scartare molta gente valida per diversi motivi. Non credo che questo ci faccia essere dei mostri. Non credo che chi non entra dentro Stanford o altre università si metta a scrivere che non è giusto. Probabilmente lo è, ma se volevi veramente entrare, studiavi di più.
Ora di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. In Italia non c’è (ancora) l’ecosistema. Le università non sono al livello di Stanford, Harvard, Mit, Berkeley etc. e finchè saranno pubbliche non potranno mai esserlo. I soldi non ci sono, perchè non c’è un mercato per l’exit delle startup, e chi li fa (con dovute eccezioni) preferisce tenerli o metterli nel mattone. I deal non si chiudono, perchè le società prima di lavorare con una startup preferiscono fallire. Il networking non si fa, perchè la propria idea è sacra e preziosa e guai a condividerla. Lo sviluppo si da in outsourcing, perchè fare startup è uguale a sviluppare un prodotto e poi venderlo. Da notare che sto bypassando tutti i problemi che si incontrano nell’assunzione delle persone, formazione della società, gestione della stessa, etc.
Chi possiamo “blame” in Italia?
- I pochi investitori che rischiano tutto, vanno contro le istituzioni e le banche, montano fondi in Lussemburgo e Spagna, e cercano di aiutare in tutti i modi i piccoli sognatori italiani? Direi di no, anzi. E’ per questo che ho deciso di accettare l’offerta di dPixel, che è essenzialmente una startup, un sogno che per sostenersi ha bisogno di grandi sacrifici da parte di tutti, ma che continua a vivere ed aiutare gente come Stefano Passatordi (che sta comunque partendo per San Francisco) grazie all’impegno e alla fiducia di tutti.
- I politici? Non c’è nessuna speranza di poter cambiare le cose solamente parlando, ma facendo.
- Il sistema? Troppo facile.
- La cultura? Si, ma sormontabile.
- Gli studenti ed i giovani che puntano solo al posto fisso? Si e no, ognuno ha una storia personale diversa, e spesso la famiglia dove si cresce è molto influente.
Non c’è una vera soluzione, siamo solamente qualche decina d’anni indietro rispetto alla Valley. Ci arriveremo, ma sempre arrancando. A qualche persona, perdere gli anni più produttivi e creativi della propria vita in una situazione del genere, non sta bene.
Detto questo ci sono tre vie: 1) lamentarsi, 2) farla in USA e 3) rimboccarsi le maniche e farla in Italia. Direi che la prima è abbastanza facile escluderla, e preferirei lo facessero tutti. Fare startup in USA è possibile, ma difficile. Fare startup in Italia è possibile, ma molto più difficile.
In Italia è però forse paradossalmente più facile ottenere finanziamenti visto che la concorrenza è poca e molto scarsa. Fidatevi che se vi presentate con un prodotto fantastico, qualche migliaio di utenti ed un primo contratto, i soldi li trovate veramente facilmente, mentre, riquotando Max, “non è trasferendosi a SF che si viene finanziati“. A SF sareste solamente un altro sito come tanti altri che prima di ricevere finanziamenti deve “provarsi” molto di più.
Per costruire un’azienda di successo e globale, prima o poi serve comunque spostarsi, perchè servono soldi, tanti soldi. Qualsiasi storia di successo conta alle spalle decine di milioni di euro di investimento, prima di qualsiasi exit, ed in Italia questi soldi al momento semplicemente non ci sono. Sinceramente, se dovessi dare un consiglio ad un under 30, che si trova nel periodo più produttivo della sua vita, direi che conviene investire il proprio tempo ed i propri soldi nel prodotto, nel paese che preferisce, ma poi quando si inizia a fare sul serio, stare in Silicon Valley, non è più un optional.
Mi sono piaciuti molto i commenti di Francesco Sullo, (qui e qui). Uno che ha vissuto tutto l’iter è che ha ben chiaro il sistema italiano ed americano. Bisogna fare attenzione, l’America non è più l’America. Gli Stati Uniti, per molti versi sono un paese crudele, del terzo mondo, dove, se sbagli parecchio, finisci veramente per strada. Un paese che però da molte opportunità, e se non hai paura di fallire e perdere tutto, il payoff è molto alto.
Avere 19 anni è un vantaggio ed uno svantaggio allo stesso tempo. Si può rischiare tutto ma non si ha nessuna esperienza. Finanziare un’avventura come MashApe è molto difficile, ed io in quel contesto, fossi stato in uno di quei fondi, avrei dato parere negativo. Il prodotto era molto di nicchia ed ancora poco sviluppato, la vision non era troppo chiara, ed il team era molto giovane ed inesperto. Solitamente negli States quando si finanziano ragazzi di quell’età, non è raro che a 13 anni già scrivessero in assembly ad occhi chiusi, o che vendessero le marmellate della mamma su internet con fatturati di milioni di dollari.
Ora ho ri-incontrato Augusto a SF, e mi ha spiegato come ha fatto “pivoting” del suo prodotto ed insieme a Marco e Michele si stanno concentrando su una feature particolare, che era la più usata dagli utenti. Devo dire che il nuovo piano ha molto più senso, e la capacità di ammettere l’errore e cambiare in fretta è una delle cose più apprezzabili e mature. Fred Wilson & co su questo hanno scritto a palate.
Concludendo, delle discussioni mi interessa poco. Con dPixel in Italia ce la mettiamo tutta a finanziare i migliori e credo che tutti dovrebbero fermarsi a riflettere sull’enorme rischio e lavoro fatto da Gianluca e Frank in questi anni, ma devo ammettere che mi piacerebbe molto che la maggioranza della mia generazione sia fatta esattamente come te Augusto.
Se non è questa.. è la prossima, magari insieme. In bocca al lupo.
Update: da leggere assolutamente il commento di Augusto al commento di Max sul thread originale.

